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domenica 3 gennaio 2016

L'ultima corsa di Jonah Lomu di Andrea Martire

Alla fine è stato fermato. L’ultimo placcaggio Jonah Lomu l’ha subito dalla sindrome nefrosica, una malattia degenerativa dei reni. L’uomo che ha inventato il rugby moderno non era un predestinato. Scoprì di avere talento solo al college, e per caso. 
Scappava da un padre violento ed alcolista e dalldifficoltà della strada di Auckland. Avrebbe potuto diventare un ribelle come Steve McQueen ma scelse invece di riappropriarsi della vita e diventò Jonah Lomu, il più giovane esordiente nella storia degli All Blacks (a 19 anni), il più prolifico marcatore della storia dei mondiali (15 mete in due edizioni, raggiunto quest’anno da Brian Habana che di mondiali ne ha disputati 3)
Non è riuscito a vincere i mondiali, nel 1995 (l’anno del Sud Africa, come insegna Invictus) perse in finale e nel 1999 (l’anno in cui la Nuova Zelanda fece 101 punti contro di noi) uscì in semifinale. Ma ha segnato per sempre la storia della palla ovale. Bello da vedere, agile nonostante i 120 chili e fluido nella corsa a dispetto dei 196 cm di altezza (come Bolt; tra i due le prestazioni sui 100 metri piani si differenziano di solo mezzo secondo, e il giamaicano pesa ben 25 kg di meno…), Lomu si è ritagliato un ruolofondamentale nel copione del rugby odierno. 
Combattente vero, alla Leonida, invincibile come Alessandro Magno, decisivo come Achille, Lomu il tebano segna una cesura precisa; nessuno prima di lui aveva interpretato il ruolo di ala con la stessa precisione, nessuno che non fosse brevilineo aveva osato eseguire tutti quei cambi di direzione. Dopo Lomu il rugby è cambiato, si è evoluto. I pesi massimi di oggi, eleganti e felpati,  devono qualcosa a lui che, con il 48 di piede, volava sull’erba, carezzandola con rispetto, come faceva l’oceano con la terra nella sua isola.   
Memorabili incursioni, fantastiche scorribande sula fascia, padrone assoluto del corpo a corpo, inarrestabile e potente, agile e tecnico, Jonah, il nostro Jonah, ha fatto avvicinare tanti giovani alla palla ovale e alimentato sogni. E’ riuscito, probabilmente senza saperlo, ad entrare nella mitologia, nuovo Ares postmoderno. Un personaggio alla Sergio Leonedi per sé invincibile ma sempre a disposizione degli altri. Perché era soprattutto uomo di sport, e che sport!, e nel rugby l’individualismo è bandito. 
La morte di Lomu viene qualche mese dopo quella di Collins (altro pilastro dell’Invencibile armada tutta-nera) e qualche giorno prima del ritiro del capitano più medagliato di sempre, Richie McCawSconfitto dalla dialisi, ritiratosi una prima volta nel 1999 a 24 anni, Jonah il grande si è spento a soli 40 anni, accanto ai suoi figli. Lui non lo sa, ma per noi ha fatto molto.

giovedì 3 aprile 2014

Food reputation, nuova frontiera del marketing alimentare di Andrea Martire

La nuova frontiera del marketing alimentare è la “food reputation”, un insieme di elementi che ci induce a preferire, o scartare, un prodotto sulla base non del posizionamento valoriale o del packaging, fattispecie del marketing più tradizionale, ma, appunto, della “reputation” che attribuiamo ad esso.
Come ogni modello socio-economico che si rispetti la teoria poggia su solide basi scientifiche e dimostra un’assioma in effetti non nuovo; i nostri acquisti non sono mia casuali. Lo studio, elaborato dall’Università “La Sapienza” di Roma e sostenuto dalla multinazionale elvetica Nestlè nell’ambito del progetto Axìa (nato in collaborazione con la Crui), è stato sottoposto all’elaborazione sulla base dell’osservazione di comportamenti umani, nella fattispecie si tratta dell’acquisto di beni alimentari.
Così circa 5.000 italiani hanno permesso nel 2013 l’elaborazione di un vero modello denominato “Food reputation map”. Ne è venuto fuori che la propensione all’acquisto ruota attorno a ben 23 indicatori specifici, raggruppati in 6 indicatori sintetici e che riguardano, sostanzialmente, l’essenza del prodotto agricolo o trasformato (quali composizione, genuinità, riconoscibilità) e anche gli effetti culturali (identità territoriale, tradizionalità, innovazione), ambientali (responsabilità sociale, sostenibilità) e psicologici (memoria personale, benessere psico – fisico), oltre a quelli più scontati di carattere prettamente economico (prezzo e rapporto costo/benefici).
La ricerca studia gli indicatori più o meno specifici da considerare sia per proporre interventi in fase produttiva legati alla scelta dei beni da portare sul mercato, i più redditizi possibile, sia per indurre azioni mirate per modificare taluni parametri reputazionali fino ad oggi considerati di minore importanza.
La nuova generazione produttiva agricola del nostro paese, tendenzialmente under 35 e più connessa col mondo rispetto a quella precedente sembra aver colto l’importanza della sfida e, anche grazie alla figura dell’agricoltore attivo introdotta dalla nuova Pac, dimostra maggiore attenzione alla sostenibilità ed agli effetti psicologici delle produzioni

Per testare la validità scientifica della “Food Reputation map”, nel corso del 2013 è stata applicata a tre macrocategorie di alimenti, “frutta&agrumi”, “verdure&ortaggi e pomodori pelati”, “latte&derivati e cioccolato al latte”.
La prima categoria ha ottenuto una reputazione molto positiva in relazione agli effetti culturali e fisiologici (cioè viene percepita come un alimento che fa bene e che è legato al nostro territorio, quindi alla Dieta Mediterranea); la sottocategoria agrumi viene vista ancor meglio, perché in più le viene riconosciuto il rispetto degli effetti ambientali. Meno bene va con la prossimità; cioè qualcuno rinuncia all’acquisto di frutta poiché ritiene che non sia proveniente dal luogo d’origine da chissà dove. Probabilmente questa è la base della teoria del “consumo a km 0”.
La seconda categoria, la verdura, viene premiata per il rispetto delle caratteristiche organolettiche (quindi, piace) ma penalizzata per la innovatività (appena il 2%; forse bisognerebbe proporre ricette nuove e diverse dalla tradizione). Durata nel tempo e prezzo premiamo la linea del pomodoro che invece viene penalizzata per gli effetti fisiologici e psicologici (è buono ma non ha effetti particolarmente benefici sulla salute; 28% di influenza sull’acquisto).
Il latte viene considerato un alimento buono (effetti fisiologici al 25%) ma penalizzato nell’essenza, mentre la cioccolata, si sa, non è sana ma ha conseguenze interessanti sull’umore.

La “food reputation map” si inserisce a pieno titolo nella branca delle scienze che studiano i comportamenti meno razionali ed inconsci e si presta a fornire indicazioni molto utili sia ai produttori di alimenti che ai governi. E forse fa scoprire ai consumatori aspetti reconditi nel meccanismo di scelta e selezione di un prodotto alimentare.
Probabilmente non sarà facile influenzare in maniera decisa i comportamenti d’acquisto ma studiarli con un preciso approccio psico-scientifico anziché economico potrebbe aiutarci nella comprensione di meccanismi mentali che oggi ci sfuggono.
Non dimentichiamo, tuttavia, la soggettività del concetto di reputazione né l’importanza dei benchmark (confronti) tra alimenti diversi, capaci di ribaltare giudizi già acquisiti.
La stessa Nestlè ricorda l’importanza di analizzare i dati in maniera relativa e non assoluta; la reputazione di un alimento cambia da soggetto a soggetto in ragione delle esperienze singolarmente vissute. Insomma, nonostante l’incessante bombardamento pubblicitario cui siamo costantemente sottoposti, fare la spesa non è un’azione automatica ma il frutto stesso del nostro essere così come siamo, la sconfitta dell’uomo ad una dimensione di marcusiana memoria ed il trionfo della piena espressione della nostra personalità.


Andrea Martire 

sabato 5 ottobre 2013

Zucchero amaro, il rapporto Oxfam di Andrea Martire

Nel giorno della tragedia di Lampedusa la riflessione ci porta a considerare un altro fenomeno tragicamente attuale, il land grabbing. Ci eravamo già soffermati proprio su queste colonne sulla relazione tra mercato e abuso e oggi ci proponiamo di dimostrare come, spesso, questo fenomeno dal nome difficile e di cui si parla poco arrivi a produrre ciò per cui più di cento persone sono morte ieri.  Una chiave di lettura diversa, forse utile a combattere le “astuzie della mente” di hegeliana memoria che a volte complicano anche le cose semplici. 
Due giorni or sono è uscito il report “Zucchero amaro” di Oxfam Italia che racconta come si sta evolvendo una delle più usate commodity alimentari del mondo, lo zucchero. La vita di milioni di persone che vivono laddove i principali beni alimentari (grano, tabacco) vengono prodotti è legata a doppio filo all’andamento dei mercati. Se tra sei mesi il tabacco in Europa non si vende più l’economia del centro-America sarà sconvolta perché i campi saranno abbandonati e milioni di honduregni e panamensi dovranno riorganizzarsi in fretta se non vorranno avere grandi guai economici. Ma il contrario è forse peggiore. Lo zucchero si sta apprezzando; cresce la domanda mondiale e le multinazionali hanno fiutato l’affare. 
La tendenza viene da lontano, è ormai decennale. In Europa ormai non se ne produce quasi più, in Italia è rimasto qualche sparuto produttore tra Emilia e Veneto ma ormai, essendo venuto meno il premio della vecchia Pac  produrre zucchero costa troppo. E poi quello caraibico di canna ha preso piede nei consumi e risulta meno lavorato industrialmente.
Lo zucchero è un mercato dominato dalla domanda. 
Il Rapporto Oxfam evidenzia come nel 1998 una comunità di pescatori del Pernambuco, siamo nel Brasile pre-Lula, fu letteralmente sfrattata dalle terre che abitava da sempre per far impiantare uno stabilimento di produzione di zucchero che rifornisse il maggior compratore mondiale, una multinazionale del beverage. Nel 2006 successe una cosa ancora più grave in Cambogia, paese dalla grande dignità e dall’immensa povertà. La popolazione cacciata è ricorsa alla Corte di Giustizia Internazionale, vedremo se prevarrà lo jus cogens della carta delle Nazioni Unite o l’interesse economico della multinazionale.  
Il commercio mondiale dello zucchero è un business globale che vale oggi circa 47 miliardi di dollari. L’anno scorso nel mondo sono state prodotte 176 milioni di tonnellate di zucchero, di cui il 50% è destinato all’industria alimentare. Già oggi, la superficie utilizzata per la coltivazione di canna da zucchero è di 31 milioni di ettari: un’area grande come l’Italia, per lo più concentrata nei paesi in via di sviluppo.

Ma il mercato richiede produzione e la produzione richiede terra. Chi ha la forza di opporsi ai giganti economici e politici come le multinazionali del beverage? Anche da qui prende le mosse il neo-colonialismo odierno, il land grabbing. 
Sta succedendo anche in Africa, in questo caso sono i cinesi che procedono all’acquisto delle terre e poi all’espulsione più o meno indotta di chi ci ha sempre vissuto e lì ha le proprie radici. E’ un colonialismo brutale come ogni colonialismo. Ma è finanziario, senza esercito, senza presenza fisica. Non c’è bisogno, si comprano la terra su cui stai e addio diritto di proprietà. 
Lo zucchero sta distruggendo ettari e popolazioni in tutto il mondo. I cambogiani magari nel Mediterraneo non ci arrivano ma i maliani e i mauritani sì. E qualche volta finisce con centinaia di morti sulle  coste di Lampedusa. 
Esercitare bene la facoltà di essere consumatori avveduti è fondamentale anche per questo.

domenica 21 luglio 2013

Una proposta per la vacanze, Longobardi di Andrea Martire

Longobardi (in provincia di Cosenza) è un concentrato di particolarità in un quadro di assordante bellezza. Il borgo antico, adagiato sul crinale dell'antica collina, offre ancora le case del '600 costruite con la fatica e l'orgoglio della pietra viva. Il municipio, scosceso, guarda con favore all'ampia valle degli ulivi. Si narra che qui arrivò l'esercito del re Liutprando ed è strano trovare in Calabria un posto dal nome così teutonico.

Longobardi coniuga la tranquillità quasi medievale della vita collettiva del paese arroccato con la vitalità, tutta meridionale, della borgata marinara. Longobardi è il vostro buen retiro se cercate pace, ospitalità, senso della famiglia.

La costa tirrenica, bassa e frastagliata, si spalanca su un mare pescoso e vitale, dalla grande personalità. Crudele in inverno, quando porta via terra e case, e gentile in estate, con continue profferte di ottimo pesce e fondali variopinti. La natura è rigogliosa, a Longobardi. Ovunque alberi di fico, troneggia sulla roccia il fico d'India. E l'ulivo si trasforma in olio eccellente.

La campagna, la montagna, la collina, il mare. Quante anime convivono a Longobardi. Un tempo selvaggio borgo che viveva di riflesso a Monte Cocuzzo, ora cittadina che conserva la sua anima sociale e familiare anche in questi tempi di spersonalizzazione.

Luogo eletto di villeggiatura, Longobardi stava vivendo una "seconda giovinezza" prima di questa brutta crisi. Aveva ripreso l'embrionale legame con il mondo di Liutprando concedendo figli e braccia all'emigrazione verso la Svizzera e la Germania, ma da un ventennio in qua il flusso era diventato esattamente opposto. I longobardesi tornavano. Poi l'economia non ha lasciato scampo. ma vivrà per sempre, Longobardi.


martedì 2 luglio 2013

La Riforma della Pac a una svolta politica di Andrea Martire


La Pac (politica agricola comune) attuale scadrà alla fine dell'anno e ancora i ventotto stati membri (ieri si è aggiunta la Croazia) non hanno trovato un accordo. Che è prima politico e poi economico.

La scorsa settimana si è faticosamente raggiunta l'intesa sul bilancio europeo generale per il settennio 2014-2020; alla fine, nonostante Cameron chiedesse di contribuire con minori risorse, la mediazione di Letta ha prodotto un sostanziale riequilibrio delle politiche a saldo zero, quindi il bilancio è rimasto invariato. Anche se poi il tutto ha prodotto politiche per lo sviluppo dell’occupazione giovanile, esigenza tipicamente british.

Animi più rilassati ed aspettative a più alti livelli di convergenza hanno prodotto dichiarazioni ottimistiche sul futuro della Pac. Anche in questo l'Italia ha saputo disimpegnarsi bene, riuscendo in Parlamento a modificare l'assetto che era stato stabilito dal Consiglio, tradizionalmente ben disposto nei confronti delle potenze del Nord Europa a scapito dell'agricoltura mediterranea. Benedetto Trattato di Lisbona che ha introdotto un percorso co-decisionale per il Parlamento!

L'impianto che stava per essere licenziato da Commissione e Consiglio avrebbe agevolato (poiché basato su meri criteri quantitativi) le colture intensive ed i pascoli continentali ed anglo-sassoni, ed avrebbe lasciato ai piccoli produttori gran parte degli oneri per lo sviluppo rurale e la conservazione della biodiversità.

Con la mediazione del Parlamento le azioni in favore dell'ambiente sono a carico di tutti e vengono conservati gli aiuti ad ettaro ma in base alla reale produttività e non più con riferimento a criteri puramente "storici". Fino ad oggi vigeva il principio del semplice possesso di terreno agricolo per ricevere gli aiuti; infatti il produttore agricolo più famoso che ne ha beneficiato sapete chi è? Elisabetta II, regina d’Inghilterra. Buckinghnam Palace ha uno degli orti più grandi d’Europa.

La vittoria politica è di straordinaria importanza per il debole (in Europa) governo Letta e per il Paese. Incanala la prossima Pac su binari giusti e permette alle eccellenze, alle tipicità del nostro agroalimentare di continuare ad avere il giusto sostegno economico e politico. Allo stesso tempo ciò ci assicura cibo di alta qualità, nel rispetto della Dieta mediterranea, patrimonio mondiale dell'Unesco, e sicurezza alimentare. In più, i produttori continueranno a fare quello che lo Stato ha rinunziato a fare cioè gestire il territorio per combattere il dissesto idro-geologico.

I pagamenti diretti più equi e più verdi rafforzeranno la posizione degli agricoltori nella filiera alimentare e questo potrebbe ridurre i prezzi finali e ridistribuire meglio i profitti. Insomma, lo scenario si sta mettendo bene, speriamo che si vada fino in fondo in queste condizioni.

venerdì 21 giugno 2013

Le quote latte e la debolezza politica dell' Italia di Andrea Martire


L
a notizia è arrivata ieri pesante come una manata di Freedy Krueger. L'Italia deve pagare all'Europa la bellezza di un miliardo e 420 milioni di euro per le multe sulle quote latte non riscosse. La vicenda è il paradigma dell'incapacità della classe politica e della pericolosità della ricerca del consenso tout court, come si faceva fin dai tempi del re Sole. Nel 1984 l'Europa, per dare una risposta (che non è una soluzione) al problema della sovrapproduzione di latte (che avrebbe generato un crollo del prezzo e messo in ginocchio centinai di migliaia di produttori europei) stabilì il sistema delle quote; ogni stato membro avrebbe potuto produrre fino a un certo quantitativo di latte.

Se l'avesse superato, sarebbe incorso in "prelievi" (modo elegante per definire le sanzioni, meno politically correct). Il primo errore fu quello di sottovalutare a livello politico la questione. Era l'Italia del pentapartito, erano i tempi della cuccagna e l'Europa veniva vista come uno "svago" cui destinare politici che in patri avrebbero dato "fastidio". Così si finì per accettare l'assegnazione di quantitativi ridicoli, che avremmo superato già all'indomani.

La classe politica nostrana fu inadeguata e poco interessata alle problematiche degli allevatori e molto più attenta alla propria auto-conservazione, intesa come conatus essendi di spinoziana memoria. C'è da dire che gli allevatori sollevarono subito la questione, ottenendo vaghissime promesse di revisione.

Negli anni '90, ai tempi delle prime sanzioni per più di 625 milioni di euro, la protesta degli allevatori trovò sponda in alcune forze politiche del nord (nella pianura Padana si concentra il 90% degli allevamenti italici) che incitavano all'autodeterminazione ed alla rivolta fiscale. E poi andarono al governo. Gi allevatori potevano fare ben poco; se la vacca ha il latte bisogna mungerla. Il primo serio tentativo di negoziare con l'Europa fu di Tremonti nel 2003.

Ci fu il tentativo (grossolano) di barattare il veto posto dall'Italia sulla direttiva che mirava a tassare il risparmio con la rateizzazione delle multe comminate tra il 1996 ed il 2001. Successivamente lo stesso ministro, nel 2009, tentò di far passare l'idea che i conteggi fossero errati e le multe ingiuste. Ma non andò a buon fine, anche perché. Come al solito, l'azione fu isolata e senza la necessaria copertura politica. Ora ci si chiede cosa farà il più debole governo degli ultimi anni di fronte al macigno di questa maxi –sanzione. Anche in considerazione del fatto che dal 2015 le quote latte non ci saranno più ed il mercato sarà auto –regolamentato. Sarebbe questa la fase in cui sferrare una decisa controffensiva contro i rigidi paletti dell'Europa; la stretta fiscale, l'austerità, la riforma della Pac (che scade a fine anno) sono fronti aperti in cui la coalizione dei Paesi virtuosi del nord Europa si scaglia contro il Mediterraneo senza pietà (Grecia e Cipro docet). Ma l'Italia è debole, ha bisogno di sostegno, ha un governo molto limitato nel tempo e nessuna strategia (e quindi, neanche lo straccio di un partner) su temi fondamentali nella geopolitica di oggi quali l'energia, le frontiere, l'innovazione. Non ha, quindi, la forza né armi strategiche per puntare i piedi e intavolare negoziati che non siano capestro. Si presenta, quindi, molto debole. Via d'uscita cercasi.

lunedì 3 giugno 2013

Internet, il web 2.0 e la condivisione di valori di Andrea Martire

Da quando si accendeva il fuoco strofinando legni, la comunicazione è stata il principale momento sociale e lo strumento privilegiato per condividere e socializzare. Idee, valori, decisioni venivano prese comunicando e poi condivise. Sono cambiate le forme ed i tempi (non le decisioni!) ma oggi, dopo milioni di anni, è ancora sostanzialmente così.

Ce lo dimostra il successo del Movimento 5 stelle; un ritrovo di milioni di persone, che non si conoscono, che non si vedono, ma che condividono. Hanno sconfitto apparati storici, politici di professione, partiti che esistono da sempre e che hanno fato largo uso di fondi e mezzi. Internet ha contribuito enormemente allo sviluppo della condivisione; in ciò, si può dire, c’è qualcosa di democratico.

Internet è condivisione e tutto quello che ne consegue (indagini seo, uso dei social network) permette alle idee di svilupparsi e imporsi, quasi come verità divina. Orami possiamo dire che il web 2.0 ha superato pure la scatola parlante, quella televisione che fino a 10 anni consacrava miti ed eroi popolari e che oggi si deve arrendere alla tecnologia e cedere il passo ai tempi. Oggi, se qualcosa non passa per il web 2.0 non esiste, se non usa il linguaggio della rete vuol dire che non c’è. E’ la vittoria dei giovani sui vecchi, dell’informazione libera e gratuita (ma che presenta qualche rischio); è la forma di nobile di condivisione.


Il linguaggio si adegua; niente più pericolosi anacoluti, basta con la diplomazia delle “convergenze parallele” da prima repubblichetta, oggi si parla in modo diverso. Altrimenti, semplicemente, non si parla. Oggi si deve tenere conto degli algoritmi, di google, che ragiona in termini quantitativi e quindi non puoi non dire “nemico” perché se no google non ti riprende. E’ finita un’era, è passato il tempo dei “diversamente amici”. I maestri di retorica oggi forse sarebbero disoccupati ma noi siamo contenti di essere più liberi. Di condividere quello che ci piace. Come ci piace. Benvenuti al tempo del web 2.0

lunedì 27 maggio 2013

La guerra delle sementi di Andrea Martire


Abbiamo assistito in questi giorni a peana liturgici assecondati dai mezzi di comunicazione. Le doglianze si sono trasformate in false donazioni di Costantino, l’isteria ha preso il sopravvento attizzata dal clima di scontento e crisi sociale ancor prima che economica. Ma l’allarme non è giustificato, i nostri orti non saranno fuorilegge ed i nostri nonni, suoceri, zii potranno continuare a tenere da parte i semi per l’anno prossimo.

La Commissione europea sta esaminando un corpus normativo, denominato "Plant Reproductive Material Law". La proposta, qualora trasformata in jus cogens, avrebbe risultati forse discutibili ma lontani dalle tragiche aspettative dei più. L’obiettivo è quello di regolare il commercio delle sementi, almeno delle 150 specie ritenute più importanti in Europa. Significa creare un “albo”, gestire i depositi, vigilare sul rispetto della normativa. Ancor più, ed ancor prima, significa garantire alti livelli di qualità alle sementi circolanti nel vecchio continente, quindi innalzare gli standard di sicurezza alimentare. Chiariamo subito che detta normativa non si applica agli orti urbani, agli orti per auto-produzione, alle imprese agricole con meno di dieci dipendenti ed un fatturato non elevato (ancora non quantificato in sede di negoziazione europea). Quindi, nonni tranquilli e pomodori di casa salvi.

Ma la proposta non obbliga a certificare ogni seme neanche per la vendita. Semplicemente, sarà poi il mercato a decidere se accettare prodotti provenienti da sementi certificate o meno. L’obbligo varrà, a scopo cautelativo, solo per le già citate specie ritenute di fondamentale importanza. Alla lunga il meccanismo qualche falla potrebbe presentarla. I certificati, i brevetti, potrebbero dare luogo ad un vero mercato dei titoli verdi, con un finale probabilmente già visto e molto simile a quello dei farmaci. I certificati potranno (potrebbero?) comprarseli le multinazionali per poi farci i soldi a palate e, soprattutto, controllare il regime alimentare di milioni di persone, un po’ quello che avviene in Corea del Nord. Un attentato alla democrazia. Il timore si sta affacciando anche se, al momento, le condizioni perché ciò accada sono molto lontane.

Non è scontato neanche che si verifichi l’invasione degli ogm, così come è stato detto. Gli ogm in Italia, ricordiamolo, non sono ammessi e la proposta al vaglio degli euroburocrati sembra escluderli. Ma nessuno dice che è probabile che li stiamo mangiando comunque, dato che sono presenti in gran parte dei mangimi utilizzati dalla Pianura Padana in su.

Gli unici ad apparire danneggiati da questa proposta, dunque, in primo luogo sembrerebbero i produttori di agricoltura biologica, non nelle intenzioni ma nei fatti perché la certificazione delle sementi utilizzate, data la maggiore libertà sul prezzo e la conseguente più alta redditività, sembrerebbe spingere verso una pericolosa omogeneizzazione ortofrutticola a discapito della biodiversità.  In questo senso la proposta ormai va contro a quanto la Rete Semi Rurali va chiedendo da tre anni, cioè la legalizzazione della attività di scambio di sementi per produzione anche tra contadini.  La questione sarà affrontata anche nella prossima edizione di Kuminda – Coltivare la biodiversità, il festival del diritto al cibo in svolgimento a Milano in autunno. Insomma, se il mondo industriale sposa il neoliberismo e la “trappola di Malthus”, una buona parte del mondo agricolo (ed ambientale) sarebbe più propensa a legarsi alla decrescita felice di Latouche e alla flanerie di Walter Benjamin.  

martedì 9 aprile 2013

L'Europa e il mal di Mediterraneo di Andrea Martire

Dopo la carne equina al posto di quella di manzo, arriva un nuovo allarme alimentare dal vallo di Adriano. Il piatto nazionale, il fish&chips, pesce e patatine, importante per il fisco ed il costume nazionale come la pizza per noi, sarebbe prodotto con pangasio (volgare pesce del mar cinese del sud, viene soprattutto dal delta del Mekong, nei dintorni dell’ex Saigon) anziché con l’elegante e meno prosaico merluzzo del mare del nord.
 La scoperta è recente e ancora non si sa se si tratta di un caso isolato o di una produzione industriale. Ma c’era da aspettarselo, anzi, forse nemmeno finisce qui.
Il pangasio costa un quarto del merluzzo, pare che contenga mercurio, ha un sapore simile (ma diversa consistenza). Ma non è colpa sua se finisce nel fish&chips.
Il primo problema che questa notizia, ma in generale tutte le notizie in cui si usa un ingrediente che non è quello dichiarato, è che l’ignaro consumatore non sa quello che mangia. La truffa può diventare frode ed ha certamente implicazioni sulla salute della collettività; non solo, ma se mi vendi per merluzzo il pangasio, cioè un alimento inferiore, non mi puoi chiedere lo stesso prezzo del merluzzo. Devi chiedere di meno.
Ci sono poi risvolti etici; come viene pescato questo pesce? L’ambiente viene rispettato? Quale autorità ha vigilato? E, ancora, come vengono retribuiti i pescatori cinesi e vietnamiti? Per non parlare del lungo viaggio, con conseguente emissione di tonnellate e tonnellate di co2, che il pangasio lascia dietro di se’.

Il mercato del pesce più importante del mondo, dove recentemente la polizia ha scoperto questa ed altre frodi alimentari non è sul mare. E’ l’aeroporto di Francoforte. Quindi, se tutto va bene, il povero pangasio giungerà al consumatore europeo dopo 2-3 giorni dalla sua morte.

Perché avviene questo fenomeno? Perché ci sono aziende disoneste e perché, ancora una volta, l’Europa non è stata capace di difendersi. La politica comune della pesca ha imposto divieti (il divieto della pesca del tonno, il contingentamento della pesca del merluzzo), agito sui prezzi (l’aliquota unica sul gasolio per i pescherecci), sulle regole (il divieto dello strascico, il divieto di pesca dei datteri di mare) ma contemperare i vari interessi non è bastato a dotarsi di una normativa positiva e propositiva. Ci sono solo divieti.
Il risultato è stato spingere i pescherecci comunitari lontano dal Mediterraneo e dal mare del nord, verso l’Atlantico, dove non riescono a reggere la concorrenza dei potenti giapponesi. Per di più la solita lobby di multinazionali e paesi del nord ha impedito che si arrivasse all’etichettatura obbligatoria del pesce. La crisi economica, l’aumento del gasolio, la caduta del mark up delle imprese ittiche ha fatto il resto. Ed ecco che si arriva al pangasio. Ci sono sicuramente persone poco oneste in giro, ma se vogliamo salvare il comparto marittimo, una bella fetta di dieta mediterranea, la salute pubblica, l’ambiente, dobbiamo subito andare in Europa a difendere (anche) le nostre posizioni. E per farlo serve un governo, una credibilità ed una coesione nazionale che al momento appaiono lontane.  

mercoledì 13 marzo 2013

La politica e gli scandali alimentari di Andrea Martire

Puntuale come la crisi, l'onda lunga degli scandali alimentari occupa le prime pagine dei giornali. E però occorre essere capaci di discernere le responsabilità dalle inefficienze, il dolo dalla superficialità. E individuare chi, un mai troppo rimpianto ex presidente americano, George W. Bush, avrebbe additato come colui che ha "la pistola fumante".

La vicenda della carne equina nelle paste di mezza Europa è una storia di superficialità. Superficiali, (stranamente) inefficienti (?), i controlli della multinazionale che vende il prodotto finito; superficiali i mezzi di comunicazione che non hanno fatto altro che diffondere mediaticamente la paura del virus come gli untori manzoniani. Hanno gridato allo scandalo e basta, senza dire che la carne equina, di per sé, non fa male all'uomo giacché i nostri nonni ne facevano incetta per via del generoso contenuto di ferro. Inefficace è stata la Ue che, a seguito dello scandalo – quello sì, che ha provocato numerosi morti – non ha colto l'occasione per imporre l'etichettatura a tutta la carne ma solo a quella bovina (dopo la "Mucca Pazza") ed agli avicunicoli in seguito all'aviaria. Come se servissero decine di morti per prendere provvedimenti elementari. Il dolo, la truffa, l'hanno compiuta, ai danni della stessa multinazionale, gli allevatori dell'est europeo che hanno venduto cavallo (vecchio) per manzo (giovane), realizzando un mark - up scorretto che autorizza far parlare gli euro-scettici e pone serissimi dubbi sul funzionamento dei controlli istituzionali di quei paesi.

La vicenda, brutta, che configura una frode al consumatore che non sa quello che mangia, ci deve insegnare ad essere spinoziani e non aristotelici, almeno in questo; se non abbandoni l'idolo (le pressioni dei paesi che non vogliono l'etichettatura e la tracciabilità obbligatorie per tutto) niente potrà essere causa sui; non potrai avere certezze. Ma c'è di più.

E' più recente il caso del topicida nell'insalata. La verdura è stata prodotta in provincia di Salerno il 26 febbraio. Il topicida rinvenuto in Germania cinque giorni dopo. I controlli istituzionali italiani sono i migliori d'Europa, inoltre quel topicida non è compatibile con gli alimenti e non è pensabile che qualcuno possa utilizzarlo sull'insalata raccolta e lavorata per essere spedita. E' molto più probabile che ci sia finito durante la permanenza in qualche deposito in Germania; i depositi, di solito, sono occupati dai topi, non le serre. L'eco è stata immediata (più tra i teutonici che da noi, per la verità).

Viene da dire che, dopo i presunti cetrioli killer ( e la mozzarella blu), i più grandi scandali alimentari europei nascono (o vengono scoperti) in Germania, forse a significare che da loro i controlli non ottengono molti risultati. Rimane salva la reputazione dei produttori agricoli italiani poiché è evidente che le frodi e le sofisticazioni avvengono al di fuori dell'azienda agricola che non ha interesse ad immettere sul mercato prodotti non salubri. Col regime dei controlli che abbiamo, sarebbero costrette a chiudere subito.

L'impressione suscitata in tutto il mondo dalle vicende alimentari rischia di nuocere moltissimo all'Italia; l'Italian sounding è un brand che piace molto nel mondo e ogni parziale sospetto sulle nostre produzioni mette a rischio in maniera pericolosa le nostre aziende. Ci vorrebbe una sana assunzione di responsabilità da parte di un governo nazionale e del relativo Ministro delle Politiche Agricole, ed un impegno costante in sede europea per perorare la causa della tracciabilità completa che le nostre aziende sostengono da anni. E poi, non dimentichiamo che siamo in fase conclusiva sul negoziato per la futura Pac e l'Italia rischia di perdere 6 miliardi l'anno di contributi. Che cosa fa la politica? Urgono risposte concrete e senso di responsabilità, come il recente declassamento operato da Fitch dovrebbe far comprendere.

martedì 29 gennaio 2013

Noi, l'America e Lincoln di Andrea Martire


Lincoln è un film che parla di America, di politica, di diritti civili e di noi. E’ quello che una volta avremmo definito un kolossal, 150 minuti di film, migliaia di comparse, scenografie bellissime e (si presume) molto costose ed affronta argomenti spinosi; non necessariamente controversi ma che dividono, che lacerano le coscienze.
L’ambientazione è realistica, il protagonista è incredibilmente egregio (da ex grege, spicca di almeno due spanne su tutti); ma ciò non sorprende, lo abbiamo apprezzato quando vestiva i panni di Gerry Conlon, malcapitato operaio scambiato per terrorista dell’Ira, quando era l’Ultimo dei mohicani o ancora nel momento della metemsomatosi con il cercatore di petrolio. Un uomo per i ruoli forti.
Lincoln ci parla da vicino e ci parla da lontano, ci racconta come si fa a sconfiggere i conservatori che come parassiti vivono togliendo dignità agli altri essere umani (“i negri”) e ci catapulta subito ai nostri tempi, noi che non siamo neanche capaci di riconoscere i diritti elementari degli omosessuali, quasi non esistessero, quasi non avessero diritto ad avere diritti.
Lincoln ci parla di quei figli del Midwest che l’America non ha voluto, Martin Luther King su tutti ma anche Malcom X (anche se così invadiamo il campo della religione), Nina Simone, Ray Charles, curiosamente tutti “negri”. Lincoln ci parla dei Kennedy, famiglia di contrabbandieri sì, ma illuminati; così illuminati da produrre due fratelli che avevano la stessa amante. Spielberg ci parla di libertà e di dignità, come aveva fatto in Schindler’s list.
Quando Scilipoti era ancora di là da venire, un’idea aristotelica, Lincoln spendeva qualche piccola bugia per prendere tempo e trattenere gi emissari del sud, prometteva cariche pubbliche ai democratici (ebbene sì, Lincoln era repubblicano) in attesa che venisse approvato il XIII emendamento alla Costituzione. Perché avrebbe sancito, al di là della vittoria militare, il principio per cui erano morti in seicentomila: gli uomini sono tutti uguali.
Negoziatore, persuasivo, tendenzialmente corruttore, il presidente più amato del XIX secolo, il rivoluzionario più famoso dell’800 assieme a Napoleone e Garibaldi, mette in pratica il vecchio brocardo del più noto libro di lettura in italiano nel mondo, il Principe (di cui oggi ricorre il cinquecentesimo anniversario). Quando la dottrina politica assolve ad un fine superiore, il fine giustifica i mezzi. Solo un presidente, ma che ha operato in circostanze molto particolari, è stato così popolare, Franklin Delano Roosvelt. Gli bastò vincere la seconda guerra mondiale…
E così, 4 milioni di “negri” vennero liberati, vennero resi uomini non da Dio ma dai loro simili. Centoquarantatre anni dopo gli americani hanno eletto un “negro” (o uno abbronzato, come direbbe l’ultimo, qualificato, revisionista del fascismo). E’ stato un percorso fatto di immigrati, rifugiati, stragi, vergogne. E’ stato un percorso di civiltà. Questo fa il film, insegna la civiltà. Ne abbiamo tutti bisogno.

martedì 8 gennaio 2013

Imprese, il credito continua ad essere inaccessibile di Andrea Martire

Quando tutto funzionava (o almeno così ci sembrava) le banche facevano (anche) le banche e riuscivano a garantirsi l' approvvigionamento necessario per svolgere le loro funzioni di business: concedere credito, vendere soldi. Alle famiglie sotto forma di mutui, (http://www.uci.it/articoli/Domande_di_mutuo_siamo_al_ crollo_totale.html ), ai singoli (i prestiti) ed alle imprese, che lo usavano per acquistare macchinari, fare investimenti, pagare il personale, spendere in ricerca e sviluppo. 
Poi, diciamo dal 2007 in poi, prima con lo scandalo dei subprime, poi con quello collegato dei derivati, le banche hanno cominciato a saltare. E' ancora vivo il ricordo dei consulenti di Lehman Brothers a piedi a Wall Street con gli scatoloni in mano. Prima Bush, poi Obama intervennero per salvare le banche. Il contagio è naturalmente arrivato subito in Europa. La Bce, col nuovo corso di Mario Draghi, ha strutturato uno strumento che si chiama Ltro, (longer term refinancing operation). Si tratta di un meccanismo di aste quotidiane attraverso le quali vengono erogati agli istituti di credito europei soldi a seconda delle richieste/esigenze (http://www.uci.it/articoli/I_finanziamenti_delle_banche_ alle_imprese.html) che le banche devono affrontare per l'espletamento della loro funzione. Più l'economia e la finanza sono "stressate" più il fabbisogno (e le garanzie richieste) è maggiore.
Dato che l'Europa si è incamminata lungo un percorso "virtuoso" (che significa tagli e spending review, http://www.uci.it/articoli/Spending_review_le_Regioni_dicono_no.html ), da qualche mese le cose in Europa vanno meglio. A livello macro, perché al micro, al quotidiano, non sembrano esserci grandi cambiamenti all'orizzonte. Tuttavia, per le aziende non ci sono novità. Non avevano credito prima e non ce lo hanno ora.
Secondo i dati della Bce infatti, i prestiti ai privati sono negativi (-0,8% rispetto al mese precedente), quelli per le famiglie sono stabili (+0,4%), per le aziende invece il dato è fortemente negativo (-1,8% su base annua). Cioè, il credito non riesce ancora a fluire verso le imprese. Che non investono, non pagano e non assumono. Crescono di poco i mutui, segno che il mercato da qualche parte riprende a muovere qualche passo. Una spiegazione potrebbe risiedere nel fatto che le imprese sono ormai così sfiduciate e così provate che nemmeno chiedono più prestiti. Insomma, il tanto temuto credit crunch, così celebre tra il 2011 ed il 2012, sembra essere scomparso, anche grazie alla lungimiranza di Mario Draghi.
La domanda di prestiti è penalizzata dall'outlook di crescita ancora debole, e dal fatto che dopo questa bufera la propensione al rischio di chi ci mette il capitale è pari a zero.



mercoledì 19 dicembre 2012

Natale, consigli per la tavola di Andrea Martire

Natale, per lo più in famiglia, diventa l'orgia del cibo. Sembra quasi che nonne e mamme non aspettino altro, come sulla falsariga di "Big Night" di Stanley Tucci o del grottesco "La grande abbuffata" di ferreriana memoria. Ma attenzione, i festeggiamenti, anche se nostrani, possono nascondere delle insidie. La tradizione vuole che si celebri il santo Natale con l'abbacchio. Quello di Roma è famoso per qualità e dimensioni. Preferite quello marchiato dal Consorzio di Tutela o di provenienza certa. Con l' approssimarsi delle feste si sono organizzati anche i frodatori e commercianti senza scrupoli. Occhio alla provenienza ed al prezzo. Grandi quantità di carne stanno arrivando da est (e non e'detto che siano cattive o facciano male), ma presentano certamente meno certezze delle nostre. Quanto sono state pagate? Dove sono cresciute? Viene riportata la data di scadenza? Preferite mangiare
"local", visto che parliamo di tradizione.
Probabilmente troverete che la stessa quantità di cibo costa più dell'anno scorso. Sono aumentate le imposte (che non le tasse) per cui commercianti, produttori e distributori distribuiscono i rincari sul consumatore finale. Da qui si capisce perché si trova più insalata marocchina o più agnello bosniaco…perché costano meno ai commercianti che però li mettono in vendita come se fossero dell'agro romano. Tra l'altro è entrato in vigore l'articolo 62 del decreto sviluppo (http://www.uci.it/articoli/Il_Consiglio_di_Stato_approva_il_decreto_attuativo_dellart62.html) che obbliga i commercianti a pagare entro 30 giorni i fornitori agricoli. Se da un lato nasce per tutelare questi ultimi, prevedendo il pagamento del fresco entro 30 giorni anziché i precedenti 60-90), dall'altro "costringe" i dettaglianti ad andare verso strade meno controllate e battute, perché oggi si compra sul venduto e sono lontani i tempi del just-on-time della mitica produzione Toyota. Oggi tutti i protagonisti della catena del valore se la passano male ed io commerciante  compro oggi quello che ho venduto ieri.
Un richiamo va alle quantità: è stato calcolato che in Italia circa un terzo del cibo finisce nel cestino (http://www.agricolturamoderna.it/articolo/italia-sei-milioni-di-tonnellate-di-sprechi-alimentari), una quantità esasperata. Dobbiamo riuscire a tenere i consumi nella giusta entità. Preferite verdure fresche e di stagione e lasciate stare le fragole, che sicuramente vengono dal Cile ed hanno lasciato tanta anidride carbonica dietro di loro da un punto di vista nutrizionale, poi, non hanno niente da darvi.
Un suggerimento per il 26; concedetevi una giornata all'aria aperta ed in compagnia di qualche animale (http://www.unaat.org/la-certificazione-scuderie-felici/); riappropriarsi dell'equilibrio tra corpo e territori è quanto di meglio ci possa essere dopo grandi abbuffate. E così sarà soddisfatto pure Orazio: vides ut alta stet nive canidum Soracte..(De rerum natura, Carmina).

Andrea Martire 

giovedì 29 novembre 2012

La battaglia delle olive di Andrea Martire

Ich bin berliner, sussurrava convinto il presidente Kennedy a Rudolph Wilde Platz, a Berlino (ovest) nel 1963. Era una frase innocente ma significativa: Io sono un berlinese, diceva, come tutti voi. Quindi, io e voi siamo uguali, vogliamo le stesse cose perché siamo uguali. Un messaggio di unione e vicinanza. La stessa cosa che sta cercando di fare il Ministro per le politiche agricole, Mario Catania, nei confronti delle imprese italiane. 
In questi giorni stanno entrando nel vivo le trattative, più o meno segrete, per la riforma della Pac, la politica agricola comunitaria. Tra Bruxelles e Strasburgo la diplomazia avanza tenace. La Pac ha una vigenza di 7 anni, e il 31 dicembre 2013 l'attuale regime finirà. Sembra una politica come tante ma non lo è. Senza entrare in tecnicismi, è in grado di influenzare pesantemente la vita delle aziende agricole, che producono quello che mangiamo. Ecco perché ci interessa.
Tanto per cambiare, siccome ci sono molti soldi che ballano, gli schieramenti politici sono almeno due. Uno parla per bocca di Herman  van Rompuy, presidente belga del Consiglio d'Europa. E' sostanzialmente il portavoce dei pesi del nord Europa, merkeliana potenza in testa.
Costoro reputano la Pac troppo costosa, inutile, non attenta al mondo reale. Come se si fossero appena destati dal mito della caverna di Platone, dopo 60 anni di unione e 50 di Pac, tedeschi, olandesi, belgi ed inglesi si sono accorti che la Pac a loro..non conviene. Non conviene alle loro imprese, visto che i prodotti che più vengono sostenuti finanziariamente non sono i loro (ma i nostri), non fosse altro che loro, per morfologia e latitudine producono molte meno cose), non conviene ai loro consumatori perché hanno recentemente fatto negoziare alla Ue un accordo capestro con il Marocco (a discapito di chi, secondo voi? http://www.uci.it/articoli/Al_senato_coro_di_no_allaccordo_agricolo_con_il_Marocco.html), e soprattutto non conviene a loro come Stato, perché la finanza pubblica, oggi, ha problemi ovunque e bisogna spendere meno e meglio.
L'inflessibile custode del danaro europeo, l'oscuro van Rompuy, la sua proposta l'ha fatta: la Pac vivrà, ma avrà ben 25 miliardi di euro in meno nel corso dei sette anni. Se questa formula passerà. L'Italia avrà circa 5 miliardi di euro di meno complessivamente, cioè il 20% del totale.
Di fronte alla invincibile armada sapientemente orchestrata dai nordici, registriamo la Santa Alleanza tra i paesi mediterranei, capeggiata dall'uomo qualunque Francois Hollande, che fa ostruzionismo su altre faccende milionarie che stanno a cuore a Berlino, come il bilancio e la difesa europea. Troveremo la nostra battaglia di Lepanto o il trattato di pace di Sevres? Si andrà allo scontro finale o prevarranno le ragioni della diplomazia?
Agrumi, vino ed olio (prodotti al 90% dall'Europa del sud) sono a rischio. Le imprese italiane se la cavano male in questo momento; solo pochissimi grandi nomi riescono ad esportare, quasi tutti gravitano nell'area pan-europea. Perdere il 20% annuale degli aiuti sarebbe troppo rischioso, parliamo di aziende piccole, per ¾ a conduzione familiare, che rischiano la chiusura. E con loro perderemo un patrimonio di tradizioni e di saperi, a vantaggio di importazioni dall'Africa e da chissà dove. Prodotti buoni, sicuramente. Ma qui si innesta il tema della sicurezza alimentare, della certezza degli approvvigionamenti e del valore del lavoro rurale. La partita è sicuramente politica ma anche noi, nel nostro piccolo, possiamo fare qualcosa. Ora più che mai dobbiamo sostenere il vero made in Italy.

Andrea Martire

venerdì 19 ottobre 2012

Il grande business del biologico di Andrea Martire

Il campo della produzione biologica è uno spartiacque del pensiero, come la cometa di Halley e gli ufo. Nessuno è in grado di dimostrare scientificamente che la propria tesi può prevalere su quella opposta, e nessuno può dire che  l'opinione dell'altro sia meno nobile e meno fondata. Così, la diatriba si sposta dal punto di vista scientifico a quello emozionale. Chi se ne è accorto subito sono stati gli studiosi di marketing, che hanno iniziato a scatenarsi con campagne rivolte sempre più all'aspetto salutistico con l'intenzione di far passare un messaggio emotivo più che razionale.
I talebani del biologico sostengono che coltivare, allevare o produrre in maniera naturale, senza l'aiuto della chimica, fornisce beni più sani e più buoni che allocano al nostro organismo benefici formidabili. In più, produrre in maniera biologica spesso significa farlo strizzando l'occhio all'ambiente e salvaguardando la natura.
Da qui è comprensibile il successo della coltura biologica in tutto il mondo e soprattutto nel nostro paese
(cfr.http://www.agricolturamoderna.it/articolo/il-biologico-non-conosce-crisi-acquistato-da-7-italiani-su-10). Persone animate dai migliori intenti si dedicano anima e corpo all'attività.
Allora tutto bene? In realtà qualche dubbio rimane. In primo luogo, come distinguo un prodotto biologico da uno che non lo è? Quello biologico ha la fascetta ministeriale del controllo qualità. Ma chi li fa i controlli? L'ente certificatore. Cioè l'autorità pubblica, la asl, il ministero? No. Sono dei privati, cui le aziende si rivolgono per ottenere le certificazioni, che vengono pagate profumatamente. E qui il meccanismo esibisce la prima crepa. Se chi certifica fosse la pubblica autorità sanitaria, direttamente e senza concedere licenze a privati,  sarebbe meglio per tutti, non trovate?
Se io, poi, ho la mia bella certificazione e produco, per esempio, pomodori in un piccolo appezzamento di terra e sono poco onesto,  posso "approfittare" in maniera scorretta della certificazione. Basta dichiarare che produco 50 quintali l'anno. Se  nei fatti me ne vengono solo 5 basterà recuperare il gap comprando pomodori comuni. A quel punto posso venderli per biologici perché ho la certificazione. Sì, ma non ci sono i controlli? Ci sono, sono molto frequenti. Ma sono settoriali. Abbiamo organi preposti ai controlli di qualità, altri che guardano la salute, alcuni che sovraintendono l'aspetto fiscale. I controlli sono poco integrati.
E non possono avvenire durante il commercio al dettaglio; in quella fase, è troppo tardi (http://www.agricolturamoderna.it/articolo/i-controlli-alimentari-italia-tra-competenze-istituzionali-ed-incompetenze-professionali).
Dal punto di vista della salute, la situazione è ancora più complessa. Fitofarmaci per proteggere e concimi per far crescere, come nitrati e solfati, se dati con moderazione e nel giusto momento, non vengono poi riscontrati nel prodotto finale e di conseguenza non invadono il nostro povero organismo. Al contrario, prodotti cresciuti senza questi piccoli accorgimenti possono perdere talune caratteristiche se aggrediti durante la crescita.  La questione è dibattuta e presenta solo poche certezze, dal punto di vista scientifico.
Organoletticamente, è impossibile distinguere un prodotto bio da uno che non lo è. Spesso si confonde il bio con il sapore. Ma se una zucchina è più saporita di un'altra probabilmente dipenderà dal fatto che è cresciuta in Puglia piuttosto che il Lombardia (non si arrabbino i lombardi; è solo un esempio). Cioè, il fattore decisivo sarà l'aria, la qualità dell'acqua, la composizione della terra, il tipo di concime. In una parola, l'ambiente. Non il metodo con cui è stata coltivata.

Non possiamo congedarci senza aver dato neanche una certezza; se fate la spesa, preferite sempre prodotti dall'aspetto più naturale. Le mele perfettamente tonde, lucide, leggere di naturale probabilmente hanno ben poco. Meglio le "brutte ma buone".

Andrea Martire

giovedì 18 ottobre 2012

L'Unione Europea e gli egoismi nazionali

In questi giorni su questo blog si e'parlato più volte di Europa; ne hanno parlato con autorevolezza gli amici Andrea Martire, Salvo Andolina e Andrea Carbutti. La mia grande preoccupazione e'il rischio concreto dell'implosione di questa realta' (non idea) a causa del perpetuarsi degli egoismi nazionali. La crisi economica che da finanziaria e'passata ad impattare fortemente l'economia reale, e'divenuta un fattore di frammentazione e conflitto ulteriore tra gli Stati membri. Gli spread hanno danneggiato le imprese del sud europa, nonostante abbiano la stessa struttura e la stessa solidita' finanziaria di quelle del nord e la conseguenza di un pericolo di contagio anche sui paesi del nord, ha portato in auge nei paesi "virtuosi" politiche protezioniste. Quante volte leggiamo sui giornali o ascoltiamo dalle televisioni, su qualsiasi iniziativa, la Germania frena o l'Inghilterra minaccia il veto per difendere i suoi interessi? In generale, il diritto dell'Unione Europea è valido in tutti i 27 paesi membri dell'UE. In alcuni casi però gli Stati membri hanno negoziato alcuni "opt-out" dalla legislazione o dai trattati dell'Unione europea, ovvero non partecipano alle strutture comuni in un determinato campo e questo e' un controsenso in quanto mina l'idea stessa di unione. Tutto questo mi porta ad affermare con forza che il senso di responsabilita' dei leader europei deve prevalere sugli egoismi nazionali, altrimenti il rischio e'che l'Europa imploda su se stessa e di conseguenza viene minato il più grande successo dell'Unione europea: la libera circolazione di beni, persone, servizi e capitali. Io ci credo ancora.

venerdì 5 ottobre 2012

Mr. Obama ed i pomodori delocalizzati di Andrea Martire

La notizia è passata un po’ in secondo piano, travolti come siamo dalla gesta dei vari supereroi politici di questi giorni. Ma Obama, Mr. Obama, ha puntato i piedi contro il Messico.  
Nel 1994 Stati Uniti, Canada e Messico diedero vita al Nafta (North America Free Trade Agreement), un accordo commerciale di libero scambio sulla falsariga di quello che allora era il trattato di Maastricht. Ha funzionato abbastanza bene o abbastanza male, dipende dai punti di vista. Evidentemente MR. Obama, premio nobel per la pace, propende per la seconda opzione. Come era facile prevedere, e come accadrà banalmente da noi per via dell’accordo con il Marocco, gli effetti non hanno tardato a farsi sentire.  
E così, beni alimentari prodotti con costi inferiori,  e con minori certezze sul piano del rispetto delle norme ambientali, hanno invaso il ricco mercato statunitense a scapito delle costose produzioni locali, facendo così crollare il prezzo dell’ortofrutta. Ma ora il Presidente sembra intenzionato a dire basta. Intende revocare il Nafta, comunque vicino alla scadenza naturale, per bloccare l’espansione dei pomodori messicani e favorire il consumo di quelli locali.
Notizia sconvolgente? No, se la prendiamo per quella che è. Sì, se pensiamo che i gringo producono i preziosi pomodori in California ma soprattutto in Florida. E dove  ha vinto George –double-iu-Bush nel 2000? Proprio in Florida..E in quale stato le querelle presidenziale si preannuncia incerta e “sanguinosa”? sempre in Florida.  C’è il sospetto che sia una mossa politica prima ancora che economica, nata dal bisogno di ingraziarsi i cittadini dello stato per fini  elettorali.
Ma c’è di più; è l’ennesima conferma del fatto che dietro ai prezzi di quello che compriamo c’è una storia, ci sono persone, sentimenti,  a volte dolore. Che votano e che possono determinare decisioni importanti per tutti.  Verrebbe da chiedersi se decisioni di questa portata possano provocare la stessa indignazione nei governanti per altri settori; chissà se al prossimo giro elettorale i contendenti allo scranno della Casa Bianca daranno seguito alle visioni di Zygmunt Bauman,  secondo cui la prossima guerra sarà per l’accesso alle  risorse, o se preferiranno andare verso Martha Nussbaum ed un approccio aristotelico – marxista, in base al quale le capacità personali sono viste come parti costitutive dello sviluppo economico e la povertà ne è invece priva, imprimendo alla questione una connotazione determinista e quasi spietata. Come a dire, se sono poveri lasciamoli così.
Viene da chiedersi:  se Obama si è indignato pure lui, c’è da chiedersi perché non lo faccia anche per altri settori merceologici ugualmente delocalizzati, e perché sia successo solo adesso.  

Andrea Martire    

venerdì 14 settembre 2012

Gli agrumi come misura dei rapporti di forza di Andrea Martire

Oggi le  piogge hanno spodestato il sole, immancabili ecco i primi allagamenti e  la scuola è ricominciata con buona pace dei bambini. A far da cornice all’autunno mancano..i succhi di frutta.
Non sarà sfuggito ai più attenti che ormai è possibile mangiare le fragole anche a Natale. Ma il fenomeno del commercio globalizzato, con le sue ingiustizie e la scarsa propensione verso la sostenibilità ambientale (basti pensare a quanta co2 viene rilasciata nell’atmosfera per  farci avere frutta fresca argentina  in dicembre) non sono più, ahimè, novità. Anzi, finché parliamo di beni a stagionalità invertita può addirittura avere un senso. Ma l’assunto decade se pensiamo ai succhi di frutta o  a quelle produzioni  di cui disponiamo anche noi. Mettiamo in relazione questo con il ruolo della Grande Distribuzione Organizzata ed avremo il quadro di quello che sta succedendo senza il nostro consenso ma con la nostra tacita e passiva approvazione.
L’Italia produce gli agrumi più buoni e controllati del mondo. Eppure, compriamo succhi di frutta provenienti dalle rinomate limonaie olandesi e dai pregiati aranceti tedeschi (si tratta di un’iperbole..); e che dire del succo di arance rosse di Sicilia? Basta aggiungere gli antociani (leggete le etichette, please)  e tutto diventa rosso; è facile.
Siamo nelle mani delle grandi lobby dell’industria alimentare, che comprano a prezzi stracciati agrumi nel sud del mondo , trasportano dove hanno provveduto a creare domanda (e qui entra in ballo la Gdo; se non vedeste le ciliegie sul banco, vi verrebbe voglia di comprarle?eppure fa freddo e si capisce che non è stagione..) e rivendono a prezzi gonfiati, ma comunque inferiori a quelli che i nostri produttori agricoli, poco consorziati ma molto organizzati dal punto di vista della sapienza produttiva e della profondità dei controlli.
Il risultato è che mangiamo quello che gli ci propinano, senza troppi controlli e senza troppe domande, ed i nostri limoni e gli aranci marciscono sugli alberi perché la Gdo non è disposta a remunerare adeguatamente le fatiche di chi vive nei campi.
Se ci è pensate è la stessa logica che ha impedito di tassare le bibite zuccherate, che ha bloccato il progetto di legge che prevedeva di aumentare la percentuale di frutta nei succhi (http://www.agricolturamoderna.it/articolo/nuova-direttiva-sui-succhi-di-frutta) e che fatto firmare alla Ue un accordo suicida con il Marocco (http://www.uci.it/articoli/Polemiche_sullaccordo_europeo_con_il_Marocco.html).
In conclusione cosa possiamo fare?  
Diventare consumatori veramente responsabili. Preferire prodotti di stagione, di provenienza certa e certificata. Non consumare beni provenienti da chissà dove se abbiamo il succedaneo nostrano; consapevoli del fatto che non si tratta di nazionalismo, ma della nostra salute, del valore economico che possiamo apportare a tante famiglie che producono per noi, di tonnellate di co2 che possiamo risparmiarci, di sfruttamento di campesinos che stanno chissà dove e vengono trattati chissà come.
Il Made in italy ha un valore effimero ed abusato in tanti settori, ma in nessun altro come l’agricoltura assume importanza reale e vitale per tutti. E’ ora di comprare meno e meglio e ragionare di più.  

Andrea Martire 



lunedì 3 settembre 2012

Se l'Euro attenta alla democrazia di Andrea Martire

Guardando la situazione ad oggi verrebbe da dire che "se Atene piange Sparta non ride". Nel gioco delle parti Atene impersonifica la Grecia, Sparta sono tutti gli altri o quanto meno tutti quelli che si sono venuti a trovare in condizioni simili a quelle da tragedia greca. Quindi, tanto per intenderci, Irlanda, Spagna, Portogallo, Italia e - dicono i maligni - a breve anche la Francia. 
Parliamo di Europa unita e di democrazia. Di unione monetaria, è vero, volontaria. Il trattato di Nizza e quello di Lisbona hanno portato ad un più massiccio livello di integrazione degli stati, fino ad accarezzare l’ideale spinelliano della vera Unità d’Europa. E l’unione monetaria è senz’altro presupposto imprescindibile. Ma di fronte a quello che accade oggi, viene da chiedersi parafrasando la scatola magica, se il prezzo è giusto. Assistiamo a diktat pesantissimi da parte di stati membri (la Germania certamente, ma non è da meno il ruolo della rigidissima Finlandia) ad altri, certamente meno virtuosi. 
Ma con quale diritto?  E’ sensato arrivare alla macelleria sociale greca (o anche alla nostra) per inseguire i teutonici? E’, ancora, una contrapposizione nord-sud come successo, per esempio, per l'accordo agricolo Ue Marocco? Ed è una fortuna che i britannici non ci stiano nell’euro, altrimenti la loro rigidità si sarebbe sommata a quelle del gruppo dei "virtuosi". 
Siamo davvero convinti che le cose cambieranno e diverremo tutti virtuosi come frau Angela o andremo avanti a colpi di tasse e riduzione dei servizi? Forse sarebbe più opportuno ripensare a tutto il percorso di integrazione. Oppure, provocatoriamente, ripartire da zero ma con stesse condizioni per tutti. Sarebbe più accettabile per la gente comune (ma anche per Spinelli e Schumann...) e avrebbe anche più senso; così si potrebbe creare l'Europa dei popoli e non quella dei poveri.


Andrea Martire

giovedì 14 giugno 2012

Vita d'azienda: il responsabile relazioni esterne di Andrea Martire

Nella vita come nel lavoro c'è bisogno di ripartire le competenze tra più persone, di cui, auspicabilmente, ci fidiamo. Un principio vecchio come la scoperta del fuoco ma sempre attuale; segregation duties, viene chiamato nelle aziende moderne. Sembra diventato un lusso, ma la figura del responsabile relazioni esterne è cruciale nella vita aziendale odierna.
Funziona un po' come il ministro degli esteri; apparentemente non vende, non lega, non risolve ma in effetti fa tutto questo in silenzio. E' un ruolo di relazione, e per questo non ci sono regole certe. Non vende perché non è il direttore commerciale, ma prepara il terreno per il sales manager. Non crea e non risolve problemi direttamente, ma sa quali leve muovere. Quello che fa non l'ambasciatore (l'ad) ma il console.

Dotato di diplomazia, di solito viene mandato nelle occasioni ufficiali a costruire relazioni con enti, istituzioni, competitor. Può avere intrecci con i media (ma non è il main task, questo è pane per i denti dell'ufficio stampa), incontra le autorità, galleggia sulle relazioni politiche (chi non ha bisogno di relazioni politiche oggi? Siamo realisti!), promuove studi, incontri, seminari tematici.

Perché di solito è un umanista e ci tiene a farlo vedere. Va in missione a scoprire nuovi mercati o sondare le novità in quelli già esistenti. Ha il compito di "agganciare" potenziali partner, tiene sott'occhio la reputazione dell'azienda e di solito toglie le castagne dal fuoco al ceo quando qualcuno chiede conto di qualche politica aziendale particolarmente sotto tiro.
E' una posizione sempre più sacrificata, man a mano queste funzioni vengono svolte dal commerciale, dall'ufficio stampa. Ma non è la stessa cosa.
Mazzarino è un riferimento ben preciso, mica Colbert aveva le stesse attitudini (l'avevo detto che di solito è un umanista..).
Bisogna soprattutto essere uomini (o donne) di mondo per riuscire bene in questo ruolo. Occorre avere lo spunto per comprendere subito l'interlocutore, avere una rete di "informatori" degna di Diabolik ed una certa dose di faccia di bronzo.
Tiziano Terzani avrebbe svolto alla perfezione questo delicato compito. La google-democrazia tende ad omogeneizzare tutto, oggi. Così, finisce che ci si assomiglia ma non ci si ri-conosce.  Oggi occorre saper esercitare le "astuzie della mente", per dirla con Hegel. Come? Assumetemi..
Andrea Martire