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mercoledì 8 marzo 2017

La mozione di sfiducia individuale

In questi giorni si discute della mozione di sfiducia individuale contro il Ministro #Lotti per il caso #Consip.
Questo episodio ha risvegliato in me lontani ricordi universitari.
Qualche giorno prima del mio esame di Diritto Costituzionale, nell'ottobre del 1995, fu proposta una mozione di sfiducia individuale nei confronti dell'allora Ministro della Giustizia, Filippo Mancuso. 
La mozione di sfiducia è un atto attraverso il quale il Parlamento, manifesta il venir meno del rapporto fiduciario con il Governo. L'ammissibilità di tale mozione individuale, fu ammessa e chiarita dalla Corte Costituzionale, in quanto non contemplata espressamente dalla Costituzione che prevedeva ai sensi dell’art.94, solo che “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere; ciascuna Camera può revocare la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale; la mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera nella quale è presentata e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla presentazione”.  
Ricordo con passione che in quei giorni il mio Professore di Diritto, durante l'esame chiedeva a noi studenti se fosse ammissibile. Ci aiutò la Corte Costituzionale con sentenza n.7  ma purtroppo solo a Gennaio del 1996.
Ricordo come se fosse ora la mia risposta: la ritenevo ammissibile perchè era l'unico modo di preservare il rapporto fiduciario tra Parlamento e Governo nel caso fosse minato dal comportamento di un singolo ministro. Anche se non previsto dalla Costituzione, mi appellai all’art.95 che trovai di supporto nella parte in cui si diceva che i ministri erano responsabili individualmente degli atti dei loro dicasteri. 

sabato 4 giugno 2016

Il diritto/dovere del voto

Mi ricordo quanto era bello andare a votare quando ero piccolo, accompagnando i miei genitori al seggio di Via Renzini: trovavi seggi pieni di entusiasmo, con molti cittadini che avevano il piacere di ottemperare al loro diritto/dovere di voto. 
Trovavi rappresentanti di lista orgogliosi di sventolare il simbolo del loro partito per gratuita passione e non per soldi. 
Trovavi i tuoi vicini del palazzo, i genitori dei tuoi compagni di scuola e sentivi nel tuo cuore il dovere di votare e non vedevi il gesto della crocetta sulla scheda elettorale, come una facolta'di cui avvalerti. 

Il voto era espressione del proprio credo politico e non di una protesta e i candidati erano politici con la P maiuscola e non gregari di partito, eterni secondi, professori, imprenditori, giornalisti o mr/mrs nessuno. Lo sfaldamento dei partiti, ha fatto mancare quella mobilitazione degli elettori e quel senso di identificazione con il programma politico del partito di appartenenza che si traduceva negli anni 70 80, in un'alta partecipazione al voto.
Quindi prima ci si sentiva legati alle ideologie dei partiti, ora si preferisce o il non voto o una crescita della protesta nei confronti di chi ha deluso certe attese magari rivolgendosi a formazioni politiche che fanno del rifiuto del sistema partitico una professione per il futuro. 
Io voterò per poter aver voce in capitolo....

giovedì 11 giugno 2015

In ricordo di un Segretario: "i partiti non fanno più politica"

A 31 anni dalla morte di Enrico Berlinguer, lo ricordo pubblicando questa sua intervista ancora oggi attualissima.
«I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer. «I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».
La passione è finita?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.

Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

Dunque, siete un partito socialista serio...
...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...
Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.

martedì 2 giugno 2015

Il vero contrasto alle "infiltrazioni delinquenziali" parte da noi. Buona Festa della Repubblica

Il 2 giugno 1946 durante il Ministero De Gasperi, si tennero le votazioni per la Costituente e quelle per il referendum istituzionale, il quale, anche se di misura fu favorevole alla Repubblica. Qualche giorno dopo Umberto II, andò in esilio.
In occasione della Festa della Repubblica, il Presidente Mattarella ha invitato fortemente a "contrastare le infiltrazioni delinquenziali in maniera tenace ed inflessibile". E'vero e concordo le infiltrazioni delinquenziali, premono su di noi dovunque stiamo e purtroppo questo fardello appartiene alle nostre vite.
Spesso la percezione non è proporzionata all'entità del fenomeno. Quello che spaventa che queste infiltrazioni sono un tremendo sintomo e non la malattia: qui lo Stato tocca i livelli minimi di credibilità.
Sarebbe una fatica inutile affrontare solo con il diritto penale i problemi posti da queste infiltrazioni: Giovanni Falcone diceva: "nella società c'è un consenso distorto. Il tessuto non è sano. Noi estirperemo il mafioso di turno, poi arriverà il secondo, poi il terzo, poi il quarto...". Quindi condivido il monito del Presidente in questa giornata di festa, ma mi permetto di aggiungere che oltre a contrastare serve ricordare che quelle che vengono definite come infiltrazioni, non sono fatti isolati ma riti scritti in logiche collettive.
 Serve da parte di tutti, in ogni nostra vita, in ogni nostro gesto un rigurgito di moralità. Da qui parte il contrasto alle infiltrazioni delinquenziali.

martedì 3 marzo 2015

Il pacchetto scuola: finalmente un disegno di legge e non un decreto legge.

Il pacchetto scuola approda oggi in CdM, dove sarà varato un disegno di legge. Non ci sarà un decreto come preannunciato dal Governo. Quello che vorrei, è che gli eletti del Popolo, i nostri rappresentanti, non debbano passare il tempo a convertire i decreti del Governo. 
L'abuso dei Decreti Legge non è una novità ed è anzi una prassi consolidata. Sembra che il ricorso alla decretazione d'urgenza negli ultimi Governi, sia diventata la scorciatoia di fronte all'inadeguatezza del sistema istituzionale italiano
Negli ultimi decenni, il decreto-legge continua a essere lo strumento utilizzato dai Governi dei vari colori politici, per utilizzare una corsia preferenziale per fare approvare i propri disegni di legge, allontanandosi vistosamente dall'impianto del Costituente, che aveva pensato al decreto-legge quale strumento straordinario per fronteggiare soltanto i casi imprevedibili. Nell'ordinamento italiano infatti, il decreto legge, doveva essere un provvedimento provvisorio avente forza di legge, adottato in casi straordinari di necessità e urgenza dal Governo, ai sensi dell'art. 77 della Costituzione della Repubblica Italiana. 
Ma fino ad oggi non è mai stato cosi. Quello che mi auspico per il futuro di questa legislatura, è che le leggi siano fatte dal Parlamento….

sabato 7 febbraio 2015

Un vero politico è leale

Si sente parlare ogni giorno sia a destra che a sinistra, di formazioni (non coalizioni) messe in piedi per dare un Governo al nostro paese: purtroppo questi "aggregati", gia'in origine lasciano intravedere tentazioni trasformistiche.
Non c'e'accordo su nulla; non sulla scuola, non sulla previdenza, non sulla sanita', non sul lavoro,  non sulla giustizia, neanche sui temi chiave della riforma delle istituzioni.
C'e' disgregazione, spettacoli di lacerazione, di impotenza e di degradazione istituzionale.
Questi politicanti che emergono ogni giorno, sono qualcosa di difficilmente definibile, sembrano "mostri", dai quali il nostro paese non puo'aspettarsi altro che grandi sciagure. Sintetizzano il vuoto di pensiero come pretesa di una societa' dinamica: minimo comun denominatore e' l' assenza di strategia, il compromesso quotidiano e occasionale.
Come possiamo immaginare un politico che sia veramente grande, il quale sia privo di un ideale?
Lo sfascio della politica e di conseguenza della democrazia, e'figlio della condotta che pretendeva di piegare il sistema istituzionale ai propri calcoli.
Tocqueville diceva: "le loro ambizioni e le loro passioni sono talmente concentrate nel mantenimento del potere che solo al pensiero di lasciarlo sono presi da una sorta di orrore che impone loro di sacrificare l'avvenire al presente e il loro onore al ruolo".
Dobbiamo far si che nella nostra democrazia si ricostruiscano rapporti di lealta'; se non ci si dovesse riuscire, il nostro paese sarebbe aperto alle avventure di un qualunque "caudillo".

A tutto questo si aggiunge la mancanza di valori, l'assenza di correttezza istituzionale, la vecchia e (purtroppo) attuale tendenza ad avere in qualsiasi partito un "ufficio cariche" che, mette al vertice di aziende di Stato, enti pubblici e aziende a partecipazione pubblica (sopratutto a livello regionale e comunale), personaggi non per merito ma solo perche' meritevoli di avere tessere di partito.
Il vero scandalo e'stato nell'enunciazione di regole spartitorie come figlie di un sistema che non potra'mai essere modificato.
Nessun leader che ha governato negli ultimi 60 anni ha avuto il controllo (o meglio ne ha avuto fin troppo, ma in senso deplorevole).
Si e'per lungo tempo agito e governato condizionati da pressioni del sistema di potere, fatto di clientele e consorterie e nessun partito e nessuna coalizione e'stato estranea a questo patrimonio "morale" e "culturale" tipico italiano.
Abbiamo visto in passato ministri e presidenti del consiglio incapaci, inidonei alle cariche che ricoprivano; questa inidoneita' e'stata considerata irrilevante e non ha impedito il prolungarsi della loro presenza al Governo, pur nella drammatica evidenza degli insuccessi.
Per lungo tempo la politica fiscale ed economica dei Governi e'stata caratterizzata da una continua rincorsa elettorale del facile consenso e non dall'idea di interesse generale per il paese.
Il nostro Stato e'stato per anni come una vettura guidata da un conducente spericolato, lungo una strada piena di dossi e tremendamente accidentata.
Un politico degli anni 70 e 80, nel giugno del 1984  defini' il nostro Paese una nuova e strana entita'mista: "un terzo Finlandia, cioe' neutalita'pulita, un terzo Vaticano cioe' visione ecumenica delle grandi questioni nazionali e internazionali e un terzo Tangeri cioe' mercato e affarismo spericolato".
Miglior definizione e miglior sintesi non si poteva trovare per definire il vero male della nostra amata Italia.

sabato 17 gennaio 2015

Martin Luther King: i giovani e l'azione sociale

Il 15 gennaio del 1929 nasceva Martin Luther King. 
Quello che voglio ricordare oggi, sono i cinque discorsi che Martin Luther King, pronunziò nel 1967 e che furono pubblicati in un libro nel 1968 in Italia, con il titolo "Il fronte della coscienza". 
Questo libro, regalatomi da mia mamma mi accompagnò durante il percorso della mia maturità.  Quello che mi segnò più di tutti, fu il terzo discorso che tratta il tema dei " Giovani e l'azione sociale". In questo, si dice con chiarezza estrema :"Questa generazione di giovani non è impegnata soltanto in una guerra fredda contro la generazione precedente, ma in una guerra contro i valori esistenti nella società in cui essa si sviluppa" (pag.62). Quello che si combatteva era la "vuotezza spirituale della società contemporanea" (pag.61). Ancora più avanti in questo discorso c'è una parte che risulta di grande e profetica attualità, oggi a 50 anni di distanza:"Nulla nella nostra tecnologia scintillante potrà mai alzare l'uomo a nuove altezze, perchè il progresso materiale è divenuto fine a se stesso, e se manca un fine morale l'uomo diventa sempre più meschino man mano che il prodotto della sua scienza diventa più mastodontico. E c'è un secondo pauroso difetto nella rivoluzione tecnologica in atto ai nostri giorni: invece di rafforzare la democrazia, aiuta a distruggerla. Una industria ed un governo di proporzioni gigantesche, polarizzate attorno ad un cervello elettronico, isolano la persona umana, che si sente incapace di partecipare ancora attivamente, e dispera di poter influenzare le decisioni più importanti con la propria personalità" (p.71). Meditiamoci sopra

lunedì 29 dicembre 2014

Quando funziona una società

Perché una società funzioni, non è sufficiente che lo Stato persegua il bene comune, ma è indispensabile che ciascuno faccia la sua parte, non soltanto compiendo il proprio dovere secondo il posto che occupa ed il ruolo che ricopre, ma contribuendo, nei limiti della sua possibilità e capacità per  sostenere e sviluppare istituzioni che servano a migliorare la vita di ogni giorno .

Ovviamente ciò richiede istituzioni politiche e strutture costituzionali che agevolino la partecipazione, come rileva  l’enciclica Gaudium et spes del Papa Paolo VI: è  da lodarsi il modo di agire di quelle nazioni  nelle quali la maggioranza dei cittadini è fatta partecipe della gestione della cosa pubblica in un clima di libertà.” 

mercoledì 24 dicembre 2014

Lo sfascio della politica è figlio della condotta che pretendeva di piegare il sistema istituzionale ai propri calcoli.

Questi politicanti che emergono ogni giorno, sono qualcosa di difficilmente definibile, sembrano "mostri", dai quali il nostro Paese non può aspettarsi altro che grandi sciagure. Sintetizzano il vuoto di pensiero come pretesa di una società dinamica: minimo comun denominatore è l'assenza di strategia, il compromesso quotidiano e occasionale.
Come possiamo immaginare un politico che sia veramente grande, il quale sia privo di un ideale?
Lo sfascio della politica e di conseguenza della democrazia, è figlio della condotta che pretendeva di piegare il sistema istituzionale ai propri calcoli.

Tocqueville diceva: "le loro ambizioni e le loro passioni sono talmente concentrate nel mantenimento del potere che solo al pensiero di lasciarlo sono presi da una sorta di orrore che impone loro di sacrificare l'avvenire al presente e il loro onore al ruolo". 

lunedì 15 dicembre 2014

La poltrona e la tangente

Il comportamento disonesto della classe politica che ci ha accompagnato in questi anni, ha contribuito a rafforzare una disaffezione degli italiani verso la politica e allo stesso tempo ha portato a una forte spinta verso gli estremismi. Infatti, la globalizzazione, apre grandi orizzonti: aumento di scambi commerciali, scientifici e informativi in tutto il mondo, mobilità di persone e capitali. Al contempo essa crea tuttavia, una dinamica che si esplicita in minacce per la convivenza democratica dovute alla crescita delle disuguaglianze, nella separazione dell'economia dal controllo politico, nel ruolo sempre più importante assunto dalle multinazionali, nei movimenti migratori.
Questa situazione d'indebolimento degli Stati spinge alcuni gruppi a cercare in movimenti favorevoli all'ultra nazionalismo, la protezione che lo Stato non è più in grado di offrire.

Esiste una parte importante della classe politica, sia dalla parte di quelli che dovrebbero essere i rottamati, sia da quelli che dovrebbero essere i rottamatori (o il nuovo che avanza), che alla dignita' del lavoro a favore della collettivita' (che a detta di molti viene fatto per "missione" a 9.000 euro al mese), preferisce la poltrona, la tangente, lo scambio di favori e quella moltitudine di benefici che solo in Italia si possono trovare. 

domenica 14 dicembre 2014

Che delusione

La rottamazione, è stata solo un’astuta operazione mediatica che prescinde dalle esperienze, dalle competenze, dalle storie della nostra classe dirigente politica: si è fatto come al solito, di tutta l'erba, un fascio. Così come è stata strutturata, è stata solo una idea di azione distruttiva, portata avanti da chi rivendicava la leadership di un partito.
Quando mancano le idee, è più comodo ricorrere  al populismo, indispensabile per incantare le masse facendo leva sulla profonda disaffezione dell'opinione pubblica verso i leader, un tempo padroni pressoché incontrastati del nostro paese.
Tutto questo rende la rottamazione, una sorta di formula magica capace di risollevare le sorti italiane. Un miraggio che rischia di essere pericoloso, com’è sempre stata la caccia ai capri espiatori.
Io avrei accettato una lotta forte e aspra, all'incompetenza di una parte della classe dirigente politica e all'inerzia che, definisco l'abdicazione della ragione e non un facile populismo. Il pericolo è che la sostituzione dei "rottamati", con una nuova classe dirigente che ha gli stessi difetti, sia la garanzia per la prosecuzione della crisi in Italia. Se poi i giovani che ci dovrebbero rappresentare, sono quelli che abbiamo visto in alcuni Consigli Regionali, preferisco non rottamare e affidarmi all'esperienza, infatti, il risveglio dall'illusione del ricambio generazionale, rischia di essere ancora più amaro della delusione che l'ha partorita.

sabato 13 dicembre 2014

Tutti illuminati

Il problema è che siamo tutti capaci e illuminati a criticare e a divenire in un secondo economisti, giuslavoristi, allenatori ed opinion leader.

Siamo abili a distruggere ma mai a costruire una casa su solide fondamenta, al massimo una casa con fondamenta di sabbia e argilla. Allora diventa più semplice distruggere senza sporcarsi le mani con il potere, che tentare di costruire quella casa con fondamenta posate sulla roccia. Quello che mi auguro e che auguro alle prossime generazioni, è di vedere un’Italia migliore e più virtuosa che emerga sull’Italia peggiore fatta di evasori, furbi e profittatori che magari sono gli stessi che agitano l’opinione pubblica.

venerdì 12 dicembre 2014

Politici improvvisati

In Italia spesso ci imbattiamo in momenti in cui  giornalisti, scrittori, comici, fotografi, manager e imprenditori  non si limitano ad esercitare il diritto di cronaca, a scrivere romanzi, a far ridere, a immortalare la storia, a dirigere gli affari e a gestire le imprese,  ma decidono di prendere le redini dell’opinione pubblica per accreditare principi ed idee spesso di comodo, in nome di una “facile” lotta contro i poteri costituiti, tentando di delegittimarli in nome della legalità, della giustizia e di generiche idee di lotta contro i privilegi di una casta. In nome di questi grandi valori si agitano le masse portando avanti movimenti e critiche distruttive e mai costruttive, portando disorientamento in nome di una loro ipotetica attitudine a governare o a dirigere dei movimenti che rimangono sempre tali sulla carta, poiché non si ha mai la capacità e la forza di governare, ma solo di influire su scelte vantaggiose, solo per la classe a cui si appartiene.
La forza di un Governo è di scansare con decisione influenze di comodo per evitare inutili salti nel buio.

La forza di un Governo è che finalmente il suo popolo si possa identificare nelle Istituzioni e nelle leggi. 

giovedì 11 dicembre 2014

Le regole spartitorie

Prima della crisi l'Italia si stava già avviando verso il declino: questo a causa dei costi e (in certi casi) dell'inefficienza della Pubblica Amministrazione; a causa dei costi dell'intero sistema politico a partire dal vertice giù fino all'ultimo comune di 20 abitanti avvezzo a sperperare; a causa del costo della nostra affiliazione all’Unione Europea; infine a causa del cambio  Lira/Euro che ha penalizzato le nostre esportazioni.
A tutto questo si aggiunge la mancanza di valori, l'assenza di correttezza istituzionale, la vecchia e (purtroppo) attuale tendenza ad avere in qualsiasi partito un "ufficio cariche" che, mette al vertice di aziende di Stato, enti pubblici e aziende a partecipazione pubblica (sopratutto a livello regionale e comunale), personaggi non per merito, ma solo perché meritevoli di avere tessere di partito.

Il vero scandalo è stato nell'enunciazione di regole spartitorie come figlie di un sistema che non poteva mai essere modificato. 

mercoledì 10 dicembre 2014

Italia declassata?

E' ora di limitare, il potere delle agenzie di rating che ormai sopravanza e scavalca quello degli Stati e delle istituzioni internazionali.
E' vero che il loro ruolo non va sopravvalutato (come dicono per rassicurare molti leader di Governo europei), ma purtroppo quando il giudizio di queste agenzie manda alle stelle il tasso di interesse dei buoni del Tesoro, lo spraed e fa distrugge le quotazione delle borse, diventa difficile se non impossibile dimostrare che il loro potere sia sopravvalutato.
Il loro giudizio mina alle basi il lavoro dei Governi e i sacrifici centinaia di milioni di persone, vanificando le decisioni prese dagli stessi Parlamenti e Governi.
Allora non si deve permetter che il futuro dei cittadini ed il futuro di tutte le istituzioni democratiche, sia progressivamente delegato a strutture (aziende) che non solo sono fallibili per definizione ma che, perseguono interessi che sono quelli dei loro azionisti e dei gruppi finanziari ad esse collegati. 

Questi interessi sono si mediati da severe regole e procedure, ma difficilmente possono essere considerati interessi generali.

venerdì 21 novembre 2014

Il mostro a tre teste

La mancanza di valori, l'assenza di correttezza istituzionale, la vecchia e (purtroppo) attuale tendenza ad avere in qualsiasi partito un "ufficio cariche" che, mette al vertice di aziende di Stato, enti pubblici e aziende a partecipazione pubblica (sopratutto a livello regionale e comunale), personaggi non per merito, ma solo perché meritevoli di avere tessere di partito: questa è la morte della democrazia.
Il vero scandalo è stato nell'enunciazione di regole spartitorie come figlie di un sistema che non poteva mai essere modificato.
Nessun leader che ha governato negli ultimi 60 anni ha avuto il controllo (o meglio ne ha avuto fin troppo, ma in senso deplorevole).
Si è per lungo tempo agito e governato condizionati da pressioni del sistema di potere, fatto di clientele e consorterie e nessun partito (e nessuna coalizione) è stato estraneo a questo patrimonio "morale" e "culturale" tipico italiano.
Abbiamo visto in passato Ministri della Repubblica e Presidenti del Consiglio dei Ministri, incapaci, inidonei alle cariche che ricoprivano; questa inidoneità è stata considerata irrilevante e non ha impedito il prolungarsi della loro presenza al Governo, pur nella drammatica evidenza degli insuccessi.
Per lungo tempo la politica fiscale ed economica dei Governi è stata caratterizzata da una continua rincorsa elettorale del facile consenso e non dall'idea di interesse generale per il Paese. Il nostro Stato è stato per anni come una vettura guidata da un conducente spericolato, lungo una strada piena di dossi e tremendamente accidentata.
Un politico degli anni 70 e 80, nel giugno del 1984,  definì il nostro Paese una nuova e strana entità mista: "un terzo Finlandia, cioè neutalità pulita, un terzo Vaticano cioè visione ecumenica delle grandi questioni nazionali e internazionali e un terzo Tangeri cioè mercato e affarismo spericolato".


Miglior definizione e miglior sintesi, non si poteva trovare per definire il vero male della nostra amata Italia.

sabato 15 novembre 2014

"Un buon cattolico si immischia" Papa Francesco

“Non si può governare senza amore verso il popolo e senza umiltà! E ogni uomo, ogni donna che deve prendere possesso di un servizio di Governo, deve farsi queste due domande: ‘Io amo il mio popolo, per servirlo meglio? Sono umile e sento tutti gli altri, le diverse opinioni, per scegliere la migliore strada?’. Se non si fa queste domande il suo Governo non sarà buono. Il governante, uomo o donna, che ama il suo popolo è un uomo o una donna umile”.
“Nessuno di noi può dire: ‘Ma io non c’entro in questo, loro governano…’. No, no, io sono responsabile del loro governo e devo fare il meglio perché loro governino bene e devo fare il meglio partecipando nella politica come io posso’. La politica – dice la Dottrina Sociale della Chiesa – è una delle forme più alte della carità, perché è servire il bene comune. Io non posso lavarmi le mani, tutti dobbiamo dare qualcosa!”.
“Un buon cattolico si immischia in politica, offrendo il meglio di sé, perché il governante possa governare”.

venerdì 26 settembre 2014

"Le loro ambizioni e le loro passioni sono talmente concentrate nel mantenimento del potere che solo al pensiero di lasciarlo sono presi da una sorta di orrore che impone loro di sacrificare l'avvenire al presente e il loro onore al ruolo"

Sono convinto che la sopravvivenza della democrazia in Italia, sia legata alla capacità dei partiti politici di smobilitare la loro occupazione delle Istituzioni e delle aziende a partecipazione pubblica.
Si sente parlare ogni giorno sia a destra che a sinistra, di formazioni (non coalizioni) messe in piedi per dare un Governo al nostro paese: purtroppo questi "aggregati", già in origine lasciano intravedere tentazioni trasformistiche e pendolari.
Non c'è accordo su nulla; non sulla scuola, non sulla previdenza, non sulla sanità, non sul lavoro, non sulla giustizia, neanche sui temi chiave della riforma delle Istituzioni.
C'è disgregazione, spettacoli di lacerazione, d’impotenza e di degradazione istituzionale. Questi politicanti che emergono ogni giorno, sono qualcosa di difficilmente definibile, sembrano "mostri", dai quali il nostro Paese non può aspettarsi altro che grandi sciagure. Sintetizzano il vuoto di pensiero come pretesa di una società dinamica: minimo comun denominatore è l'assenza di strategia, il compromesso quotidiano e occasionale.
Come possiamo immaginare un politico che sia veramente grande, il quale sia privo di un ideale?
Lo sfascio della politica e di conseguenza della democrazia, è figlio della condotta che pretendeva di piegare il sistema istituzionale ai propri calcoli.
Tocqueville diceva: "le loro ambizioni e le loro passioni sono talmente concentrate nel mantenimento del potere che solo al pensiero di lasciarlo sono presi da una sorta di orrore che impone loro di sacrificare l'avvenire al presente e il loro onore al ruolo".

Dobbiamo far si che nella nostra democrazia si ricostruiscano rapporti di lealtà, se non ci si dovesse riuscire, il nostro Paese sarebbe aperto alle avventure di un qualunque "caudillo". 

giovedì 25 settembre 2014

Un'Italia diversa

In Italia spesso ci imbattiamo in momenti in cui  giornalisti, scrittori, comici, fotografi, manager e imprenditori  non si limitano ad esercitare il diritto di cronaca, a scrivere romanzi, a far ridere, a immortalare la storia, a dirigere gli affari e a gestire le imprese,  ma decidono di prendere le redini dell’opinione pubblica per accreditare principi ed idee spesso di comodo, in nome di una “facile” lotta contro i poteri costituiti, tentando di delegittimarli in nome della legalità, della giustizia e di generiche idee di lotta contro i privilegi di una casta. In nome di questi grandi valori si agitano le masse portando avanti movimenti e critiche distruttive e mai costruttive, portando disorientamento in nome di una loro ipotetica attitudine a governare o a dirigere dei movimenti che rimangono sempre tali sulla carta, poiché non si ha mai la capacità e la forza di governare, ma solo di influire su scelte vantaggiose, solo per la classe a cui si appartiene.
La forza di un Governo è di scansare con decisione influenze di comodo per evitare inutili salti nel buio.
La forza di un Governo è che finalmente il suo popolo si possa identificare nelle Istituzioni e nelle leggi.
Il problema è che siamo tutti capaci e illuminati a criticare e a divenire in un secondo economisti, giuslavoristi, allenatori ed opinion leader.

Siamo abili a distruggere ma mai a costruire una casa su solide fondamenta, al massimo una casa con fondamenta di sabbia e argilla. Allora diventa più semplice distruggere senza sporcarsi le mani con il potere, che tentare di costruire quella casa con fondamenta posate sulla roccia. Quello che mi auguro e che auguro alle prossime generazioni, è di vedere un’Italia migliore e più virtuosa che emerga sull’Italia peggiore fatta di evasori, furbi e profittatori che magari sono gli stessi che agitano l’opinione pubblica.

mercoledì 24 settembre 2014

Rottamare

Alla prima Convention dei “Rottamatori”, qualche anno fa, un assessore toscano prese la parola e rivolgendosi ai presenti disse: "avete la giovinezza, le idee, la forza, e la possibilità di cambiare le regole, oggi siete la generazione allevata a forza di bugie, alla quale tutti dovrebbero chiedere scusa, perchè siete la prima generazione da tempo immemore che avrà meno della generazione dei vostri padri: meno soldi, meno garanzie, meno futuro, meno sogni".
Se questo fosse stato lo spirito, non posso che condividere in pieno, l'idea della rottamazione. Dico ancora di più, se la rottamazione fosse stata una lotta vera all'incompetenza della classe dirigente politica (quella inerte e non competente), allora la mia condivisione sarebbe stata totale.
Invece c'è una base di partenza diversa, tra lotta all'incompetenza e rottamazione. 
La rottamazione, a mio parere, è stat solo un’astuta operazione mediatica che prescinde dalle esperienze, dalle competenze, dalle storie della nostra classe dirigente politica: si fa come al solito, di tutta l'erba, un fascio. Così come strutturata, è stata solo una idea di azione distruttiva, portata avanti da chi rivendicava la leadership di un partito.
Quando mancano le idee, è più comodo ricorrere  al populismo, indispensabile per incantare le masse facendo leva sulla profonda disaffezione dell'opinione pubblica verso i leader, un tempo padroni pressoché incontrastati del nostro paese.
Tutto questo rende la rottamazione, una sorta di formula magica capace di risollevare le sorti italiane. Un miraggio che rischia di essere pericoloso, com’è sempre stata la caccia ai capri espiatori.

Si preferisce criticare, invece che costruire facendo leva solo sulla decadenza della cultura politica ormai diffusa ovunque; ma, i grandi politici ci insegnano che il rispetto, deve essere la prima virtù politica, preliminare in ogni conflitto. Io avrei accettato una lotta forte e aspra, all'incompetenza di una parte della classe dirigente politica e all'inerzia che, definisco l'abdicazione della ragione e non un facile populismo. Il pericolo è che la sostituzione dei "rottamati", con una nuova classe dirigente che ha gli stessi difetti, sia la garanzia per la prosecuzione della crisi in Italia. Se poi i giovani che ci dovrebbero rappresentare, sono quelli che abbiamo visto in alcuni Consigli Regionali, preferisco non rottamare e affidarmi all'esperienza, infatti, il risveglio dall'illusione del ricambio generazionale, rischia di essere ancora più amaro della delusione che l'ha partorita.