venerdì 14 settembre 2012

Gli agrumi come misura dei rapporti di forza di Andrea Martire

Oggi le  piogge hanno spodestato il sole, immancabili ecco i primi allagamenti e  la scuola è ricominciata con buona pace dei bambini. A far da cornice all’autunno mancano..i succhi di frutta.
Non sarà sfuggito ai più attenti che ormai è possibile mangiare le fragole anche a Natale. Ma il fenomeno del commercio globalizzato, con le sue ingiustizie e la scarsa propensione verso la sostenibilità ambientale (basti pensare a quanta co2 viene rilasciata nell’atmosfera per  farci avere frutta fresca argentina  in dicembre) non sono più, ahimè, novità. Anzi, finché parliamo di beni a stagionalità invertita può addirittura avere un senso. Ma l’assunto decade se pensiamo ai succhi di frutta o  a quelle produzioni  di cui disponiamo anche noi. Mettiamo in relazione questo con il ruolo della Grande Distribuzione Organizzata ed avremo il quadro di quello che sta succedendo senza il nostro consenso ma con la nostra tacita e passiva approvazione.
L’Italia produce gli agrumi più buoni e controllati del mondo. Eppure, compriamo succhi di frutta provenienti dalle rinomate limonaie olandesi e dai pregiati aranceti tedeschi (si tratta di un’iperbole..); e che dire del succo di arance rosse di Sicilia? Basta aggiungere gli antociani (leggete le etichette, please)  e tutto diventa rosso; è facile.
Siamo nelle mani delle grandi lobby dell’industria alimentare, che comprano a prezzi stracciati agrumi nel sud del mondo , trasportano dove hanno provveduto a creare domanda (e qui entra in ballo la Gdo; se non vedeste le ciliegie sul banco, vi verrebbe voglia di comprarle?eppure fa freddo e si capisce che non è stagione..) e rivendono a prezzi gonfiati, ma comunque inferiori a quelli che i nostri produttori agricoli, poco consorziati ma molto organizzati dal punto di vista della sapienza produttiva e della profondità dei controlli.
Il risultato è che mangiamo quello che gli ci propinano, senza troppi controlli e senza troppe domande, ed i nostri limoni e gli aranci marciscono sugli alberi perché la Gdo non è disposta a remunerare adeguatamente le fatiche di chi vive nei campi.
Se ci è pensate è la stessa logica che ha impedito di tassare le bibite zuccherate, che ha bloccato il progetto di legge che prevedeva di aumentare la percentuale di frutta nei succhi (http://www.agricolturamoderna.it/articolo/nuova-direttiva-sui-succhi-di-frutta) e che fatto firmare alla Ue un accordo suicida con il Marocco (http://www.uci.it/articoli/Polemiche_sullaccordo_europeo_con_il_Marocco.html).
In conclusione cosa possiamo fare?  
Diventare consumatori veramente responsabili. Preferire prodotti di stagione, di provenienza certa e certificata. Non consumare beni provenienti da chissà dove se abbiamo il succedaneo nostrano; consapevoli del fatto che non si tratta di nazionalismo, ma della nostra salute, del valore economico che possiamo apportare a tante famiglie che producono per noi, di tonnellate di co2 che possiamo risparmiarci, di sfruttamento di campesinos che stanno chissà dove e vengono trattati chissà come.
Il Made in italy ha un valore effimero ed abusato in tanti settori, ma in nessun altro come l’agricoltura assume importanza reale e vitale per tutti. E’ ora di comprare meno e meglio e ragionare di più.  

Andrea Martire 



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