giovedì 3 aprile 2014

Food reputation, nuova frontiera del marketing alimentare di Andrea Martire

La nuova frontiera del marketing alimentare è la “food reputation”, un insieme di elementi che ci induce a preferire, o scartare, un prodotto sulla base non del posizionamento valoriale o del packaging, fattispecie del marketing più tradizionale, ma, appunto, della “reputation” che attribuiamo ad esso.
Come ogni modello socio-economico che si rispetti la teoria poggia su solide basi scientifiche e dimostra un’assioma in effetti non nuovo; i nostri acquisti non sono mia casuali. Lo studio, elaborato dall’Università “La Sapienza” di Roma e sostenuto dalla multinazionale elvetica Nestlè nell’ambito del progetto Axìa (nato in collaborazione con la Crui), è stato sottoposto all’elaborazione sulla base dell’osservazione di comportamenti umani, nella fattispecie si tratta dell’acquisto di beni alimentari.
Così circa 5.000 italiani hanno permesso nel 2013 l’elaborazione di un vero modello denominato “Food reputation map”. Ne è venuto fuori che la propensione all’acquisto ruota attorno a ben 23 indicatori specifici, raggruppati in 6 indicatori sintetici e che riguardano, sostanzialmente, l’essenza del prodotto agricolo o trasformato (quali composizione, genuinità, riconoscibilità) e anche gli effetti culturali (identità territoriale, tradizionalità, innovazione), ambientali (responsabilità sociale, sostenibilità) e psicologici (memoria personale, benessere psico – fisico), oltre a quelli più scontati di carattere prettamente economico (prezzo e rapporto costo/benefici).
La ricerca studia gli indicatori più o meno specifici da considerare sia per proporre interventi in fase produttiva legati alla scelta dei beni da portare sul mercato, i più redditizi possibile, sia per indurre azioni mirate per modificare taluni parametri reputazionali fino ad oggi considerati di minore importanza.
La nuova generazione produttiva agricola del nostro paese, tendenzialmente under 35 e più connessa col mondo rispetto a quella precedente sembra aver colto l’importanza della sfida e, anche grazie alla figura dell’agricoltore attivo introdotta dalla nuova Pac, dimostra maggiore attenzione alla sostenibilità ed agli effetti psicologici delle produzioni

Per testare la validità scientifica della “Food Reputation map”, nel corso del 2013 è stata applicata a tre macrocategorie di alimenti, “frutta&agrumi”, “verdure&ortaggi e pomodori pelati”, “latte&derivati e cioccolato al latte”.
La prima categoria ha ottenuto una reputazione molto positiva in relazione agli effetti culturali e fisiologici (cioè viene percepita come un alimento che fa bene e che è legato al nostro territorio, quindi alla Dieta Mediterranea); la sottocategoria agrumi viene vista ancor meglio, perché in più le viene riconosciuto il rispetto degli effetti ambientali. Meno bene va con la prossimità; cioè qualcuno rinuncia all’acquisto di frutta poiché ritiene che non sia proveniente dal luogo d’origine da chissà dove. Probabilmente questa è la base della teoria del “consumo a km 0”.
La seconda categoria, la verdura, viene premiata per il rispetto delle caratteristiche organolettiche (quindi, piace) ma penalizzata per la innovatività (appena il 2%; forse bisognerebbe proporre ricette nuove e diverse dalla tradizione). Durata nel tempo e prezzo premiamo la linea del pomodoro che invece viene penalizzata per gli effetti fisiologici e psicologici (è buono ma non ha effetti particolarmente benefici sulla salute; 28% di influenza sull’acquisto).
Il latte viene considerato un alimento buono (effetti fisiologici al 25%) ma penalizzato nell’essenza, mentre la cioccolata, si sa, non è sana ma ha conseguenze interessanti sull’umore.

La “food reputation map” si inserisce a pieno titolo nella branca delle scienze che studiano i comportamenti meno razionali ed inconsci e si presta a fornire indicazioni molto utili sia ai produttori di alimenti che ai governi. E forse fa scoprire ai consumatori aspetti reconditi nel meccanismo di scelta e selezione di un prodotto alimentare.
Probabilmente non sarà facile influenzare in maniera decisa i comportamenti d’acquisto ma studiarli con un preciso approccio psico-scientifico anziché economico potrebbe aiutarci nella comprensione di meccanismi mentali che oggi ci sfuggono.
Non dimentichiamo, tuttavia, la soggettività del concetto di reputazione né l’importanza dei benchmark (confronti) tra alimenti diversi, capaci di ribaltare giudizi già acquisiti.
La stessa Nestlè ricorda l’importanza di analizzare i dati in maniera relativa e non assoluta; la reputazione di un alimento cambia da soggetto a soggetto in ragione delle esperienze singolarmente vissute. Insomma, nonostante l’incessante bombardamento pubblicitario cui siamo costantemente sottoposti, fare la spesa non è un’azione automatica ma il frutto stesso del nostro essere così come siamo, la sconfitta dell’uomo ad una dimensione di marcusiana memoria ed il trionfo della piena espressione della nostra personalità.


Andrea Martire 

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