lunedì 8 ottobre 2012

Miei riflessioni pre riforma del mercato del lavoro: aprile 2012, 2/3


La lettera con cui nell’ottobre del 2011, il Governo Berlusconi, rispose alle richieste che ci pervenivano dalla Commissione Europea in tema di lavoro e licenziamenti, avrebbe potuto costituire un punto di partenza costruttivo per arrivare all’obiettivo di una nuova rete di assicurazione e protezione sociale, ma ha invece generato una risposta ansiogena e fuori controllo da parte dei cittadini e delle principali sigle sindacali. La stessa sorte è toccata alla proposta di riforma del lavoro del Governo Monti, nel marzo del 2012 e al conseguente Disegno di Legge del 6 Aprile 2012. Questo perché i mass media, nei giorni successivi alla lettera, alla proposta di riforma e al Disegno di Legge, hanno lanciato alla pubblica opinione un motto, per molti incomprensibile e fuori da ogni logica, come “licenziare per assumere”. Sarebbe stato invece necessario e responsabile, con l’accordo delle parti sociali e di tutti i partiti politici che appoggiavano il Governo, presentare un progetto organico e strutturale di riforma che si configurasse come una reale proposta di modernizzazione rivolta al Paese, che avrebbe potuto contribuire al rilancio dell’economia e all’attrazione d’investimenti dall’estero, attraverso quella flessibilità in entrata ed in uscita che ci chiede l’Europa.  Un nuovo modo di intendere il lavoro come elemento dinamico teso al miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza dei sistemi produttivi, il tutto in una rinnovata idea di competitività.
La trattativa sulla riforma del mercato del lavoro prende come assunto, il favore verso una flessibilità in entrata buona che garantisca regole e diritti ai lavoratori, secondo i principi di flessicurezza. La flessicurezza, in altri termini, non sarebbe stata più vista solo come una “ricetta” di modernizzazione, ma addirittura come una “cura” da somministrare al mercato del lavoro italiano per rispondere ai bisogni nuovi e, al contempo, apportare un’adeguata protezione sociale ai lavoratori che hanno perduto o sono a rischio di perdere il loro posto di lavoro.
Stante queste riflessioni, a mio parere è necessario portare avanti un modello chiaro e semplificato che in materia di licenziamento, oltre ad istituire la possibilità del recesso del datore di lavoro anche per motivi economici, tecnici od organizzativi con un congruo preavviso, deve farlo accompagnare ad un strumento di sostegno che preveda un trattamento complementare di disoccupazione e l’attivazione di servizi di outplacement. In questo caso sarebbe necessario un modello, che parta dal bilancio delle competenze del lavoratore che ha perso il suo posto di lavoro, passando dall’individuazione dei posti vacanti più vicini alle sue attitudini e l’individuazione di un percorso strutturato per occuparle nel più breve tempo possibile.
Un altro elemento su cui lavorare è la semplificazione del contratto collettivo nazionale. Bisogna conservarne l’inderogabilità, ma è necessario lasciare più spazio alla contrattazione aziendale poiché più “prossima” alla realtà aziendale. La regola della rigida inderogabilità del contratto nazionale, che impone a tutte le imprese del settore, la rigida conformità a un modello unico di organizzazione del lavoro, rischia di ostacolare l’innovazione di aziende lungimiranti e di sindacati progressisti.
In conclusione con la logica di un codice del lavoro che superi la rigidità del nostro mercato del lavoro sia in entrata che in uscita e con la spinta verso un ruolo attivo della contrattazione aziendale, si può disegnare un diritto del lavoro davvero innovativo.
Convincere, l’opinione pubblica, della necessità di respingere una nuova idea di lavoro, in omaggio alla difesa dell’art.1 del nostro Dettato Costituzionale, è un’impresa complicata. Appare addirittura impossibile quando le deroghe richieste dall’Unione Europea (che ci chiede da anni di “dinamizzare” il nostro mercato del lavoro) e dal Governo, mirano a combattere fenomeni di abuso di contratti senza alcuna tutela, in uno Stato come quello Italiano, cronicamente piagato dall’assenza di lavoro, dove l’alternativa occupazionale è il lavoro nero sottopagato, senza alcun diritto e senza sindacato, nel tessuto malato dell’economia sommersa.

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