La lettera con cui nell’ottobre del 2011, il Governo Berlusconi, rispose
alle richieste che ci pervenivano dalla Commissione Europea in tema di lavoro e
licenziamenti, avrebbe potuto costituire un punto di partenza costruttivo per
arrivare all’obiettivo di una nuova rete di assicurazione e protezione sociale,
ma ha invece generato una risposta ansiogena e fuori controllo da parte dei
cittadini e delle principali sigle sindacali. La stessa sorte è toccata alla
proposta di riforma del lavoro del Governo Monti, nel marzo del 2012 e al
conseguente Disegno di Legge del 6 Aprile 2012 . Questo perché i mass media, nei giorni successivi alla lettera, alla
proposta di riforma e al Disegno di Legge, hanno lanciato alla pubblica
opinione un motto, per molti incomprensibile e fuori da ogni logica, come “licenziare per assumere”. Sarebbe stato
invece necessario e responsabile, con l’accordo delle parti sociali e di tutti
i partiti politici che appoggiavano il Governo, presentare un progetto organico
e strutturale di riforma che si configurasse come una reale proposta di
modernizzazione rivolta al Paese, che avrebbe potuto contribuire al rilancio
dell’economia e all’attrazione d’investimenti dall’estero, attraverso quella
flessibilità in entrata ed in uscita che ci chiede l’Europa. Un nuovo modo di intendere il lavoro come elemento dinamico teso al miglioramento
dell’efficacia e dell’efficienza dei sistemi produttivi, il tutto in una
rinnovata idea di competitività.
La trattativa sulla
riforma del mercato del lavoro prende come assunto, il favore verso una
flessibilità in entrata buona che garantisca regole e diritti ai lavoratori,
secondo i principi di flessicurezza. La flessicurezza, in altri termini, non
sarebbe stata più vista solo come una “ricetta” di modernizzazione, ma
addirittura come una “cura” da somministrare al mercato del lavoro italiano per
rispondere ai bisogni nuovi e, al contempo, apportare un’adeguata protezione
sociale ai lavoratori che hanno perduto o sono a rischio di perdere il loro
posto di lavoro.
Stante queste riflessioni, a mio parere è necessario
portare avanti un modello chiaro e semplificato che in
materia di licenziamento, oltre ad istituire la possibilità del recesso del
datore di lavoro anche per motivi economici, tecnici od organizzativi con un
congruo preavviso, deve farlo accompagnare ad un strumento di sostegno che
preveda un trattamento complementare di disoccupazione e l’attivazione di
servizi di outplacement. In questo caso sarebbe
necessario un modello, che parta dal bilancio delle competenze del lavoratore
che ha perso il suo posto di lavoro, passando dall’individuazione dei posti
vacanti più vicini alle sue attitudini e l’individuazione di un percorso
strutturato per occuparle nel più breve tempo possibile.
Un altro elemento su cui lavorare è la
semplificazione del contratto collettivo nazionale. Bisogna conservarne
l’inderogabilità, ma è necessario lasciare più spazio alla contrattazione
aziendale poiché più “prossima” alla realtà aziendale. La regola della
rigida inderogabilità del contratto nazionale, che impone a tutte le imprese
del settore, la rigida conformità a un modello unico di organizzazione del lavoro,
rischia di ostacolare l’innovazione di aziende lungimiranti e di sindacati
progressisti.
In conclusione con
la logica di un codice del lavoro che superi la rigidità del nostro mercato del
lavoro sia in entrata che in uscita e con la spinta verso un ruolo attivo della
contrattazione aziendale, si può
disegnare un diritto del lavoro davvero innovativo.
Convincere, l’opinione pubblica, della necessità di respingere una nuova
idea di lavoro, in omaggio alla difesa dell’art.1 del nostro Dettato
Costituzionale, è un’impresa complicata. Appare addirittura impossibile quando
le deroghe richieste dall’Unione Europea (che ci chiede da anni di
“dinamizzare” il nostro mercato del lavoro) e dal Governo, mirano a combattere
fenomeni di abuso di contratti senza alcuna tutela, in uno Stato come quello
Italiano, cronicamente piagato dall’assenza di lavoro, dove l’alternativa
occupazionale è il lavoro nero sottopagato, senza alcun diritto e senza
sindacato, nel tessuto malato dell’economia sommersa.
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