martedì 1 novembre 2011

Medio Oriente e primavera Araba

L'espressione Medio Oriente indica nell'uso comune la regione occupata dalle nazioni dell'Asia sud-occidentale, dall'Iran all'Egitto. Si considerano spesso anche i Paesi Arabi Nordafricani. La regione da inizio 2011 è stata sconvolta da un movimento che da molti è stato definito come la “Primavera Araba” ovvero una serie di tumulti e agitazioni attualmente in corso.
Obiettivo è quello di dare una rapida cronologia degli eventi per valutare anche le conseguenze sul nostro paese. Caratteristica comune  è l'uso di tecniche di resistenza civile, comprendente scioperi, manifestazioni, marce e cortei, talvolta anche atti estremi come suicidi(divenuti noti tra i media come "auto-immolazioni") e l'autolesionismo, così come l'uso di social network come Facebook e Twitter per organizzare, comunicare e divulgare gli eventi a dispetto dei tentativi di repressione statale.
Le proteste sono cominciate il 18 dicembre 2010 in seguito alla protesta estrema del tunisino Mohamed Bouazizi che si è dato fuoco in seguito a maltrattamenti da parte della polizia, il cui gesto è servito da scintilla per l'intero moto di rivoltaLa situazione ad inzio gennaio del 2011 mostrava già diversi gradi di instabilità in Maghreb, Mashrek e in Medio Oriente. Arabia Saudita. Siria e Libia erano ancora i paesi meno toccati dalle proteste. Come noto, le prime manifestazioni sono state quelle di Tunisi che è stata scossa da una forte mobilitazione popolare che è riuscita ad allontanare Ben Ali, al potere da ventritre anni. La rivolta ha poi contagiato in misura diversa paesi vicini (Libia, in un secondo momento) e più lontani (Egitto, da subito).Ben Ali si è arreso all’onda di proteste e alla sommossa popolare, scappando e trovando rifugio in Arabia Saudita.
A Tunisi si è susseguito l’Egitto, fino alla caduta del Presidente Mubarak a fine febbraio dopo 30 anni di presidenza. Tra le conseguenze della caduta di Mubarak in Egitto c’è il riavvicinamento del Cairo ai paesi africani. La rivoluzione egiziana ha avuto come conseguenza quella di far traballare l’asse che si regge su Egitto, Arabia Saudita e Pakistan in funzione di contenimento dell’Iran.
Per l’ Italia la caduta di Ben Ali e poi la guerra in Libia hanno avuto come conseguenza la riapertura di un canale migratorio verso il nostro Paese. I migranti che arrivano in Italia attraversando il Mediterraneo non provengono solo dall’Africa settentrionale, ma anche da zone più distanti, in particolare dall’area del Golfo di Guinea a Occidente e dal Corno d’Africa a Oriente. Cosi a livello internazionale un minaccioso vortice dell’instabilità si avvicina pericolosamente all’Italia. Alla perdita di rilievo in ambito dell’ Unione Europea (con la creazione dell’asse Franco-Tedesco), infatti si accompagna la prossimità ai paesi scossi da queste rivoluzioni (come Tunisia ed Egitto) e, nel caso libico, dalla guerra civile. A marzo il Consiglio di Sicurezza Onu autorizzava la creazione di una no fly zone sulla Libia: iniziava la guerra. Sulla risoluzione si astenevano Brasile, Russia, India, Cina e Germania. Ad aprile anche l’Italia entrò ufficialmente nella guerra di Libia, anche se priva di una definizione puntuale di limiti e obiettivi. Nel conflitto è in gioco la credibilità della Nato, oltre che il futuro di un paese che appare sempre più diviso. Anche la Libia è riuscita a liberarsi in maniera contraria ad ogni rispetto della dignità umana del Presidente Gheddaffi.
 All’ondata rivoluzionaria di marzo ha fatto seguito un’ondata controrivoluzionaria da parte dei regimi dall’esito altrettanto incerto.
Gli eventi di questi mesi ci dimostrano che i regimi minacciati possono rispondere in tre modi completamente differenti:
1) Reprimendo come è accaduto in Egitto, dove le forze di sicurezza hanno fatto circa 48 arresti e più di 800 feriti tra i manifestanti che stavano commemorando le vittime di Piazza Tahrir e protestavano aspramente contro il governo militare provvisorio.
2) Comprando l’acquiescenza della popolazione, come spera di fare lo Stato del Kuwait, che ha deliberato spese sociali per ben 70 miliardi di dollari (cosi da tranquillizzare il popolo).
3) Accettando (o fingendo di farlo) alcune richieste, come in Marocco.
Nello stesso periodo, il re di Giordania Abdullah attua un rimpasto ministeriale e nomina un nuovo primo ministro, con l’incarico di preparare un piano di "vere riforme politiche"
In Siria le proteste, che hanno assunto connotati violenti sfociando in sanguinosi scontri tra polizia e manifestanti, hanno l'obiettivo di spingere il presidente siriano Bashar al-Assad ad attuare le riforme necessarie a dare un'impronta democratica allo stato. La Comunità internazionale sembra spingere sempre di più per un cambio di regime in Siria, in cui da marzo imperversano un alternarsi di rivolte popolari e repressioni governative che hanno provocato più di duemila morti. Anche le monarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa, hanno condannato il presidente siriano Bashar al-Assad, ritirando i propri rappresentanti diplomatici da Damasco e auspicando una reale stagione di riforme. Allo stesso tempo, la Turchia di Erdoğan, fino a pochi mesi fa così vicina al regime siriano, ha preso le distanze dall’alleato di ieri e ha usato parole durissime di condanna nei confronti delle violenze perpetrate contro la popolazione.
La primavera araba sembra sul punto di espandersi a sud del Sahara, contagiando i numerosi paesi caratterizzati da regimi simili a quelli di Nord Africa e Medio Oriente.
 L’instabilità dell’Africa subsahariana non è certo una novità. La regione è da sempre percorsa da conflitti e lotte intestine per la spartizione di risorse e potere, spesso riconducibili a divisioni etniche. In questo contesto la popolazione civile si è quasi sempre trovata a recitare un ruolo passivo, manipolata dalle rivalità politiche e/o vittima di spietati signori della guerra. Tuttavia, alcuni eventi verificatisi negli ultimi mesi sembrano segnare un punto di rottura con tali dinamiche. Dall’inizio dell’estate Senegal, Gabon,Togo, Malawi e Swaziland sono stati teatro di manifestazioni popolari nelle quali è emersa quella spinta dal basso che ha contraddistinto le esplosioni nei paesi arabi.

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