Vedendo il clima di questi giorni, il mio neurone impazzito non poteva che ritornare a
pensare al film di M. Kassovitz, “L’odio”. Per chi non lo avesse mai visto, è
un film capolavoro del 1995, ambientato in Francia. Tutto parte dalla notizia
che Abdel, un giovane di 16 anni, versa in fin di vita, dopo essere stato
picchiato da un poliziotto durante un interrogatorio. La notizia risuona nella
periferia e arriva a tre giovani accecati dall'odio per il sistema, tre amici
inseparabili, Saïd, Huber e Vinz, che vivranno
la giornata più importante della loro vita.
Un
film folgorante che entra nel cuore, con dialoghi forti, dal ritmo
teso, che non lascia un attimo di respiro, girato in uno spettacolare bianco e nero.
Il titolo è l’odio
e il protagonista non è altro che l’odio. Un odio cieco che chiama odio: una
vita vissuta al limite e immersa nella violenza. Una vita che la voce narrante accosta
ad un uomo che si butta da un palazzo di 50 piani. Ad ogni piano diceva: “fin qui tutto bene, fin
qui tutto bene”. Ma il problema non è la caduta ma l’atterraggio. Cadendo non ti
fai ancora del male. Bisogna prendere in considerazione allora l'atterraggio, è
come si atterra che determina tutto.
Spesso la vendetta sembra essere la strada più facile, veloce e
soddisfacente, ma mai (e sottolineo mai), la più giusta. L’onestà sta nella
ragione e non nell’istinto e che alcune reazioni sono comprensibili ma comunque
sbagliate. L’odio e la violenza sono spesso le scelte più facili, ma non la più
giuste, perché costantemente fomentate da una rabbia che è difficile, ma
necessario domare.
Un confronto nato dal seme dell’odio, non potrà che terminare
in odio, il rischio concreto è poi seguire il precetto dell' “occhio per
occhio,dente per dente”, con cui si verrà probabilmente ripagati dal ciclo della storia. Tempo al tempo.
Allora occorre tenere i nervi saldi,
vigilare e isolare i predicatori del disprezzo.
Se vogliamo un
mondo migliore e una società più giusta, abbiamo solo bisogno di rompere il
circolo dell’odio e della violenza.
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