venerdì 19 ottobre 2012

Il grande business del biologico di Andrea Martire

Il campo della produzione biologica è uno spartiacque del pensiero, come la cometa di Halley e gli ufo. Nessuno è in grado di dimostrare scientificamente che la propria tesi può prevalere su quella opposta, e nessuno può dire che  l'opinione dell'altro sia meno nobile e meno fondata. Così, la diatriba si sposta dal punto di vista scientifico a quello emozionale. Chi se ne è accorto subito sono stati gli studiosi di marketing, che hanno iniziato a scatenarsi con campagne rivolte sempre più all'aspetto salutistico con l'intenzione di far passare un messaggio emotivo più che razionale.
I talebani del biologico sostengono che coltivare, allevare o produrre in maniera naturale, senza l'aiuto della chimica, fornisce beni più sani e più buoni che allocano al nostro organismo benefici formidabili. In più, produrre in maniera biologica spesso significa farlo strizzando l'occhio all'ambiente e salvaguardando la natura.
Da qui è comprensibile il successo della coltura biologica in tutto il mondo e soprattutto nel nostro paese
(cfr.http://www.agricolturamoderna.it/articolo/il-biologico-non-conosce-crisi-acquistato-da-7-italiani-su-10). Persone animate dai migliori intenti si dedicano anima e corpo all'attività.
Allora tutto bene? In realtà qualche dubbio rimane. In primo luogo, come distinguo un prodotto biologico da uno che non lo è? Quello biologico ha la fascetta ministeriale del controllo qualità. Ma chi li fa i controlli? L'ente certificatore. Cioè l'autorità pubblica, la asl, il ministero? No. Sono dei privati, cui le aziende si rivolgono per ottenere le certificazioni, che vengono pagate profumatamente. E qui il meccanismo esibisce la prima crepa. Se chi certifica fosse la pubblica autorità sanitaria, direttamente e senza concedere licenze a privati,  sarebbe meglio per tutti, non trovate?
Se io, poi, ho la mia bella certificazione e produco, per esempio, pomodori in un piccolo appezzamento di terra e sono poco onesto,  posso "approfittare" in maniera scorretta della certificazione. Basta dichiarare che produco 50 quintali l'anno. Se  nei fatti me ne vengono solo 5 basterà recuperare il gap comprando pomodori comuni. A quel punto posso venderli per biologici perché ho la certificazione. Sì, ma non ci sono i controlli? Ci sono, sono molto frequenti. Ma sono settoriali. Abbiamo organi preposti ai controlli di qualità, altri che guardano la salute, alcuni che sovraintendono l'aspetto fiscale. I controlli sono poco integrati.
E non possono avvenire durante il commercio al dettaglio; in quella fase, è troppo tardi (http://www.agricolturamoderna.it/articolo/i-controlli-alimentari-italia-tra-competenze-istituzionali-ed-incompetenze-professionali).
Dal punto di vista della salute, la situazione è ancora più complessa. Fitofarmaci per proteggere e concimi per far crescere, come nitrati e solfati, se dati con moderazione e nel giusto momento, non vengono poi riscontrati nel prodotto finale e di conseguenza non invadono il nostro povero organismo. Al contrario, prodotti cresciuti senza questi piccoli accorgimenti possono perdere talune caratteristiche se aggrediti durante la crescita.  La questione è dibattuta e presenta solo poche certezze, dal punto di vista scientifico.
Organoletticamente, è impossibile distinguere un prodotto bio da uno che non lo è. Spesso si confonde il bio con il sapore. Ma se una zucchina è più saporita di un'altra probabilmente dipenderà dal fatto che è cresciuta in Puglia piuttosto che il Lombardia (non si arrabbino i lombardi; è solo un esempio). Cioè, il fattore decisivo sarà l'aria, la qualità dell'acqua, la composizione della terra, il tipo di concime. In una parola, l'ambiente. Non il metodo con cui è stata coltivata.

Non possiamo congedarci senza aver dato neanche una certezza; se fate la spesa, preferite sempre prodotti dall'aspetto più naturale. Le mele perfettamente tonde, lucide, leggere di naturale probabilmente hanno ben poco. Meglio le "brutte ma buone".

Andrea Martire

2 commenti:

  1. Amico mio, il buon senso vale sempre su tutto. le tue osservazioni sono quelle che mi fanno diversi amici scettici: "Si vabbe', ma chi te lo dice che le tue arance sono VERAMENTE biologiche?". La risposta è sempre quella: l'occhio. Se non mi sbrigo a mangiarle, le mie arance marciscono in quattro giorni. Se le avessi comprate non biologiche sarebberò lì, belle lisce, colorate e toste per due settimane.
    Alessandro Petroni

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  2. Questo è un aspetto, ma volevo stimolare la riflessione su altro; non è così provato che il bio sia meglio del non bio e nonostante questo si parla dei prodotti biologici come di una panacea, compiendo un'azione di marketing più che di informazione. Questo serve per tenere il prezzo alto. Inoltre, per taluni prodotti particolarmente delicati come fragole, ciliege, miele, avere la produzione bio è quasi impossibile perchè avresti dei costi spropositati. Ha un senso sugli ortaggi, ma sulla frutta ce lo molto meno. Ma questo non ce lo dicono. Insomma, temo che il bio sia in parte vero in parte un modo per fare soldi raggirando la persone che alla salute e alla qualità ci credono davvero. E non da parte dei produttori (per cui lavoro) ma per opera della distribuzione e dell'industria alimentare.

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